La Francia stringe già le mani intorno alla coppa. Ma può dirsi così sicura?

La nazionale di Deschamps ha raggiunto il livello di maturità tipico dei grandi: sa menare le danze, riesce a soffrire e possiede solisti dilanianti

La Francia stringe già le mani intorno alla coppa. Ma può dirsi così sicura?

Fateci caso. Quando Didier Deschamps passeggia lungo la linea di bordo campo, raramente lascia che l’ansia si arrampichi lungo i pensieri. Se ne sta lì, con l’aria spesso distesa, a contemplare quel gruppo di maglie blu che gli sfila davanti, consapevole che tanto prima o poi qualcuno la risolverà. Confida inoltre, Didier, nella mostruosa tenuta mentale del gruppo: sanno prendere a pallonate gli avversari – citofonare alla tapina Australia per un check – ma non disdegnano provinciali barricate: l’Inghilterra li ha messi sovente in un angolo, ma da quella risma di pugni i nostri cugini d’oltralpe sono sempre riemersi.

Didier Deschamps

La Francia che sfida il sorprendente Marocco è una fuoriserie che ha fatto il pieno di cinismo e sgasa all’occorrenza con le fiammate dei suoi tenori. Mbappè su tutti, certo, ma anche Olivier Giroud, letteralmente rivitalizzato dal Milan e dalla casacca della patria. La pensione calcistica? Calciata un po’ più in là. E pazienza per quelli che si strappavano le vesti alla notizia dell’infortunio di Karim Benzema. Si sarà messo l’anima in pace pure Thierry Henry: Oliviero lo ha braccato e raggiunto, infrangendo ogni record di segnature in nazionale. Strano a pensarsi, se si strofina la memoria per rammentare quell’uscita fuori tempo di Titì: “Giroud? Non penso che il mio Arsenal potrà mai vincere il campionato se il centravanti continua ad essere lui”.

Si diceva di Mbappè: molti hanno ciarlato rispetto all’eventualità di ingabbiarlo, con risultati costantemente discutibili. La verità è che Kyllian rientra nella ristrettissima cerchia di coloro che sono unti dal Dio del pallone e che, in forza di questa benedizione, possono cambiare l’inerzia delle partite a piacimento. A volte si nasconde tra i mistadelli della gara per caricarsi, poi sbuca fuori e lacera l’equilibrio. La tessera del club gliela hanno già consegnata, ormai è evidente, Messi e Cristiano Ronaldo.

Poi c’è la manovalanza di successo. Theo Hernandez che prende il posto del fratello infortunato e sfavilla sulla corsia sinistra. Rabiot rigenerato alla Juve come in nazionale. Griezmann probabilmente caricato dal ridotto impiego all’Atletico. Oltre i singoli, però, impressiona la forza morale del gruppo. Dopo aver divorato i canguri e sconfitto la sempre insidiosa Danimarca, i bleus hanno schierato tutte le riserve pensabili contro la Tunisia, autoinfliggendosi una sconfitta indolore. Quindi hanno passato nel tritatutto la Polonia. Contro l’Inghilterra è stato diverso, ma è probabilmente da questa sudata vittoria che passa la grandezza francese: tecnici e abituati a menare le danze sì, ma anche capaci di archiviare ogni snobismo, allestendo una strenua difesa all’occorrenza.

Così la presunta Grandeur francese – almeno per quel che concerne il pallone rotolante – non è più soltanto un divertissement. Difficile immaginare che il pure abbagliante Marocco, "Giant Killer" di questa edizione, riesca a schiodare i Bleus dal loro ineluttabile destino. Deschamps ha troppo di tutto e forse, a ben pensare, potrebbe risiedere qui l’unico rischio contemplabile: i suoi, però, non hanno finora mai peccato di presunzione. La Francia pare procedere per inerzia e volontà divina anche quando tutto sembra volgere al peggio. Ricorda un po’, sotto questo punto di vista, l’ultimo Real Madrid.

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La sfida al Marocco, semmai, pone una pressante questione di ordine pubblico: la Francia è forse il paese europeo maggiormente presidiato da questa comunità e, al netto di una larghissima integrazione, resta da capire quali potranno essere le reazioni – da un versante e dall’altro – all’esito del match.

Poi sarà probabilmente finale.

Magari con l’Argentina di Messi. Forse con la Croazia di Modric. Ma sempre con la netta impressione che nel calcio esistono le categorie, per dirla con Allegri. E spessissimo fanno la differenza quando si tratta di sollevare trofei.

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