Ma che brutte "figure" Cancelliamole! (Anzi, no)

La "cancel culture" esiste, eccome. E produce grossi guai. Ecco come la spiegano, da prospettive differenti, due nuovi saggi

Ma che brutte "figure" Cancelliamole! (Anzi, no)

Forse si può iniziare da una vignetta, il grado zero dell'immagine. È quella pubblicata da Farley Katz tempo fa sul New Yorker. Una famiglia all'aeroporto. Cartello con la scritta «Volo cancellato». E la spiegazione della hostess di terra: «Sfortunatamente il nostro pilota ha detto cose poco delicate in un podcast dieci anni fa». Un'immagine perfetta nel cogliere l'essenza di quel fenomeno che prende di mira immagini sgradite e, come corollario, opere letterarie, autori, personaggi storici che si chiama cancel culture, cultura della cancellazione. Sorta di upgrade del politicamente corretto, è una forma di ostracismo o boicottaggio che una comunità discriminata, o presunta tale, invoca per immagini, opere d'arte, statue o libri considerati sgraditi, inopportuni, deprecabili. Di per sé niente di nuovo. Chi ha gestito un potere - re, imperatori, chiese, dittatori, partiti politici, fazioni, fanatici religiosi ma anche le democrazie ha sempre usato la straordinaria forza esercitata dal linguaggio delle immagini, fra propaganda e censura, in ogni tempo e Paese.

Le novità della cancel culture, rispetto a forme analoghe di epurazione già viste in passato, sono però significative. Uno: il motivo della «cancellazione» è di ordine morale. Mentre il vecchio revisionismo cambiava la storia sulla base di nuovi documenti, nel caso migliore, o di una nuova ideologia, nel caso peggiore, ora si chiede di abbattere una statua o limitare la visione di un film non per motivi politici, ma sulla base di una diversa sensibilità su temi culturali, come l'inclusione e la diversità. Due: a guidare la nuova crociata iconoclasta che - ad esempio- arriva a rimuovere, davanti al Museo di Storia naturale di New York, la statua a cavallo di Theodore Roosevelt (padre della Patria, uno dei volti scolpiti sul monte Rushmore, Nobel per la Pace) perché ai suoi piedi sono raffigurati razzisticamente un nativo americano e un africano; o a imbrattare, da noi, le statue di Indro Montanelli (sposò una minorenne) o Enrico Fermi (appoggiò il fascismo), non sono governi, Stati, dittature, organizzazioni politiche o militare, come i talebani che fecero esplodere i Buddha di Bamiyan in Afghanistan nel 2001, ma movimenti e gruppi di attivisti impegnati in mediaticissime campagne antirazziste, femministe, transgender (Black Lives Matter, Me Too). Tre: il giudizio di condanna applica griglie morali di oggi a comportamenti inaccettabili di ieri, indipendente dal tempo trascorso dagli eventi. Se si trova un senso (non una giustificazione) nella decisioni del Senato di Roma di radere al suolo Cartagine, o nella distruzione da parte del popolo iracheno delle statue del dittatore Saddam Hussein dopo la sua caduta, o nell'opportunità di coprire i simboli fascisti appena dissolto il regime, sfugge completamente la lezione che si può trarre, oggi, dalla riscrittura delle favole Disney degli anni Trenta, o dal rimuovere il nome di quel «razzista dichiarato e omofobo» di John Wayne dall'aeroporto di Orange County, o di togliere dal catalogo HBO Via col vento, o di cancellare la scritta Dux dall'obelisco del Foro Italico...

Attenzione. La cancel culture si occupa di parole pronunciate in pubblico (quelle di decine di attori, giornalisti, politici, intellettuali dei quali si sono ripescate remote registrazioni con battute o dichiarazioni oggi inaccettabili). Di parole scritte (l'università inglese di Northampton caso da manuale e paradossale - di recente ha emesso un avviso di pericolosità niente meno che sul romanzo 1984 di George Orwell perché «affronta questioni impegnative relative a violenza, genere, sessualità, classe, razza, abusi sessuali, idee politiche»). Ma è sulle «figure» che concentra la sua violenza. Nulla più dell'immagine spaventa. Nulla è più diretto. Nulla è più di massa. Nulla è più insidioso. Statue, film, quadri.

Che le immagini siano il cuore del linguaggio del potere lo racconta bene Germano Maifreda nel nuovo saggio Immagini contese, sottotitolo: «Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture» (Feltrinelli). Scegliendo alcuni casi esemplari la diffusione di pregiudizi antiebraici attraverso opere d'arte nel 500 italiano, l'inaugurazione in funzione anti-ecclesiastica del monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori a Roma nel 1889, l'accanimento giudiziario che l'Italia democristiana riservò allo scandaloso Salò o 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini a metà anni '70 lo storico dell'Economia spiega come le immagini non siano mai neutrali né innocenti. Ecco perché c'è sempre un motivo preciso per cui un gruppo di potere vuole una certa «rappresentazione» e una minoranza che non ha voce la contesta. All'interno di uno spazio pubblico ogni raffigurazione è un atto politico, come politico è ogni atto di cancellazione. Al netto di alcune tesi azzardate (ad esempio quando l'autore sostiene che tra lo sfregio politico di una statua e l'aggirarsi sotto quella stessa statua senza sapere più nulla di quel personaggio, «è la prima fra le due azioni a essere rispettosa nei riguardi della Storia», perché quantomeno si pone in relazione col passato...), lo studio di Maifreda aiuta a capire i perversi presupposti della cancel culture illustrando come il linguaggio della figura, forse più ancora di quello della parola, sia stato costantemente impiegato, nel corso dei secoli, per costruire o negare fama e reputazione, per tramandare la memoria di fatti e persone dimenticandone altre, per orientare l'opinione pubblica, per garantire la sopravvivenza di un'idea, tutto nell'ambito di specifici rapporti economici, sociali, culturali, cioè di concrete relazioni di potere.

Del resto, l'analisi del rapporto tra il potere e la narrazione della Storia è da sempre un elemento chiave per comprendere la natura del primo e i pericoli di contraffazione della seconda. Chi lo illustra con chiarezza è lo storico delle Dottrine politiche Massimo L. Salvadori nel recente In difesa della storia. Contro manipolatori e iconoclasti (Donzelli), libro che soprattutto nei capitoli «Il potere e la manipolazione della Storia» e «Le furie dei nuovi iconoclasti» è un lucido j'accuse contro la follia della cancel culture che vuole raddrizzare il passato a uso e consumo delle nuove sensibilità morali, e contro quanti, censori dell'ultima ora, pretendono di contrapporre alla storia reale la loro «controstoria ideale».

Che poi. Quando si comincia a cancellare, tagliare, modificare, oscurare, pecettare, l'iper correttismo storico e politico finisce col mordersi la coda. E si arriva all'inosabile. Pochi giorni fa un distretto scolastico del Tennessee (ma gli orrori si ritrovano sia fra i trumpisti sia fra i liberal) ha messo al bando un libro ormai famosissimo, Maus. Ossia il romanzo per immagini sull'Olocausto con cui Art Spiegelman vinse nel 1992 il premio Pulitzer.

Il motivo della rimozione? La graphic novel, che racconta la Shoah in un confronto tra gatti (i nazisti) e topi (gli ebrei), contiene espressioni «inappropriate», la rappresentazione di un personaggio nudo e presenta un «immaginario inquietante». Ed è così che la cancel culture finirà, speriamo, per cancellarsi.

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