Col "grande vecchio" si torna al vecchio

Dall'alleanza con l'Udc agli assetti interni, il leader sta facendo retromarcia. Per questo Romano gli serve. I seguaci dell'ex segretario hanno perso potere: Dario punta su fassiniani ed ex Ppi

Si è riaperto il cantiere del centro-sinistra e alcuni vorrebbero issare l’insegna: «È tornato l’Ulivo». La scelta di Prodi di iscriversi al Pd, secondo i suoi supporters più accesi fra cui l’on. Franco Monaco, sarebbe ben più che una scelta romantica ma la presa d’atto che la stagione veltroniana del «partito a vocazione maggioritaria» si è chiusa e si torna al passato. L’entourage di Dario Franceschini incassa la scelta di Prodi ma rifiuta l’interpretazione dei prodiani.

Il vecchio Ulivo, dicono, è morto per l’accesa conflittualità interna. «Non si torna indietro», mi dice Gianclaudio Bressa, vice-presidente del gruppo parlamentare dei democrats e vicino a Franceschini, ma si prende coscienza che «il Pd è l’Ulivo». Il nuovo segretario, secondo questa tesi, con una serie di scelte concrete sta tentando di unire il partito e di vedere con quali alleanze si potrà sfidare Berlusconi. La reazione di Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, che ha definito l’una tantum sui redditi più alti «un’elemosina», «lo esclude da una possibile coalizione con noi», dicono gli uomini di Franceschini. La disputa può diventare scolastica, resta il fatto che un partito che quotidianamente proclama di voler far largo ai giovani può gioire solo per il ritorno di un «grande vecchio».

Il cantiere comunque è riaperto e numerosi operai e ingegneri stanno spazzando via i detriti del veltronismo. Se l’ex leader sperava di tenersi in disparte in attesa di una chiamata successiva, ha sbagliato i suoi calcoli. La fuga, ben più degli errori, lo condanna all’emarginazione. Il dossier Veltroni è chiuso per sempre. «Non credevamo che fosse così incapace di gestire un partito e una sconfitta», mi ha detto un vecchio parlamentare democratico di rito democristiano.

Franceschini sta lavorando per sciogliere alcuni nodi che hanno imbarazzato il Pd in tutti questi mesi. Ci sarebbe un accordo sull’annosa questione dell’adesione del Pd al gruppo parlamentare socialista europeo. Sono tutti d’accordo che in una prima fase si parlerà di federazione fra il gruppo Pd in Europa e l’eurosocialismo, successivamente il gruppo socialista cambierà nome diventando «gruppo dei democratici e dei socialisti» e la partita si chiuderà. Autore e garante di questo compromesso è stato Piero Fassino che ha incontrato tutti i maggiorenti, e anche Prodi, e che sarà candidato alle europee per diventare vice-capogruppo della nuova formazione (lui spera di diventare direttamente capo del nuovo gruppo). C’è l’incognita Rutelli, ma molti nel Pd danno per certa la sua separazione e non si preoccupano della sua reazione.

Tutte le correnti e le sotto-correnti si stanno attivizzando. Franceschini offre spazi a tutti ma sta disegnando una nuova mappa del potere. Intensi si sono fatti anche gli incontri per mettere in soffitta la gestione dell’Organizzazione fatta da Beppe Fioroni, mariniano non più nel cuore del vecchio capo. La presenza di Maurizio Migliavacca alla guida dell’Ufficio di organizzazione dovrebbe garantire la de-veltronizzazione del partito, una filiera di nuovi dirigenti ex-ppi sottratti all’ipoteca personale di Fioroni e ricondotta a Franco Marini, e nuovi spazi per gli ex ds e in particolare per i fassiniani. Quest’ultimo gruppo, piccolo per dimensioni, si mostra particolarmente attivo in queste prime settimane della segreteria Franceschini. Molti fra di loro pensano che sarebbe un errore tornare a un segretario del Pd ex-diessino e preferiscono il catto-comunista Dario al post-comunista Bersani.

E D’Alema? La componente dalemiana, passata l’euforia dell’allontanamento di Veltroni, deve fare i conti con quanti considerano l’ex premier «un peso e non una risorsa». Non saranno Franceschini e i suoi a tuonare contro le correnti, tuttavia dove può portare il lavorio che molti ex Dc, fra questi soprattutto Franco Marini, stanno svolgendo? In un partito che tende a ridiventare uguale a quelli del passato, il tema del giorno è quale sarà la maggioranza che reggerà il nuovo Pd che sarà rifondato dopo giugno. L’opa dalemiana rischia di scontrarsi con chi sta raccogliendo azioni in tutte le minoranze per tener fuori D’Alema dal futuro ponte di comando. La novità è che, uscito di scena Veltroni, non sono più D’Alema e il suo gruppo a dare le carte.

La partita si gioca anche sul fronte delle alleanze. Il Pd «a vocazione minoritaria» guarderà più a Casini o più a Di Pietro? Il concretismo di Franceschini porta lontano dall’Italia dei Valori (anche se il segretario farà suoi alcuni temi propagandistici del dipietrismo) e più vicino a Casini. Non basta. D’Alema pensa di convincere Vendola e Fabio Mussi a confluire nel Pd.

È più probabile che Vendola e Fabio Mussi facciano un partito per conto loro. Fuori dovrebbero restare i comunisti riunificati di Ferrero e di Diliberto. Conclusione: se tutto questo non è il vecchio Ulivo, gli assomiglia molto. Ora si capisce perché è tornato Prodi.

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