La crisi? La classe dirigente adesso non dirige più

Siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli, come alcuni sostengono, oppure ad un capitolo aggiornato della solita politicizzazione della magistratura? Io tendo ad escludere sia l’una che l’altra tesi. Cosa sta succedendo allora in questi giorni in Italia? A mio avviso si stanno sovrapponendo tre fenomeni: la crisi di funzionamento della giustizia, la debolezza della politica e, su tutto, le responsabilità della classe dirigente di questo Paese.
Tangentopoli fu una falsa rivoluzione, una rivoluzione mancata, perché non si fece affatto giustizia. La ruota delle inchieste colpì in maniera mirata un solo schieramento politico e addirittura con la precisione di un bisturi un settore specifico di questa stessa area politica. La sinistra uscì indenne dalle inchieste, pur essendo più coinvolta dall’intreccio partiti-amministrazione pubblica. Paradossalmente questo fenomeno danneggiò in prospettiva anche la sinistra perché essa fu sollevata dalla necessità di fare i conti con la propria storia, illudendosi di poter conquistare il potere attraverso la scorciatoia giudiziaria.
Per queste ragioni Tangentopoli non solo non permise di fare giustizia, ma, esauritosi il furore giustizialista degli avvisi di garanzia, tutto è tornato come prima, forse peggio di prima. Questa falsa rivoluzione ha distrutto i partiti democratici, lasciando non solo campo libero alla sinistra, ma determinando un vuoto che in alcune regioni del Sud è stato occupato dalla malavita organizzata. All’interno dello Stato questo vuoto è stato occupato dal peso preponderante della burocrazia, mentre nella società dal potere dei gruppi economici e finanziari.
In questi anni, la forza della politica e la legittimità della democrazia sono stati saldamente difesi e rappresentati dal presidente Silvio Berlusconi. È stato così che l’Italia, nonostante l’estrema debolezza della politica, ce l’ha fatta a sopravvivere a tutte le crisi e a imboccare la strada delle riforme e della modernizzazione.
La riforma delle istituzioni è ciò che ancora manca per ridare forza alla politica, cioè alla volontà democratica degli elettori, soprattutto in un’epoca in cui la velocità e l’intensità dei cambiamenti economici richiede una analoga rapidità e capacità decisionale della politica. Questo è un problema che investe il ruolo della politica e perciò interpella anche la sinistra, che ha sempre creduto, in alcuni casi eccessivamente, al valore salvifico della politica.
La terza e ultima ragione delle vicende che stiamo vivendo deriva, a mio parere, dalle responsabilità della classe dirigente del nostro Paese. Quando parlo di classe dirigente non mi riferisco principalmente a quella politica, ma ancor più a quella imprenditoriale, a quella accademica, a quella delle professioni e della cultura in generale. Questa classe dirigente, in particolare, ha gravi responsabilità nella crisi dell’Italia, anzi il problema principale è costituito dal fatto che essa non si senta e non operi affatto come la classe dirigente di questo Paese.
Come si evince dal ruolo che svolgono nella vita politica e civile dell’Italia i grandi quotidiani detenuti e controllati dai maggiori gruppi industriali e finanziari, non si percepisce l’esistenza di una classe dirigente degna di questo nome capace di farsi carico del futuro del nostro Paese.
Ciò non ha nulla a che fare, beninteso, con la libertà della stampa. La libertà della stampa è fuori discussione.

Ciò che invece stupisce è il ruolo che svolgono quotidiani come la Stampa, il Corriere della Sera o la Repubblica che sembrano puntare alla distruzione o quantomeno alla delegittimazione dell’intera classe politica italiana, in una maniera indistinta e generalizzata, attraverso metodi e stili giornalistici che nulla hanno a che fare con la funzione civile esercitata dalla stampa libera.
Siamo, credo, ancora in tempo per riflettere su queste grandi questioni per trovare tutti insieme la strada del rinnovamento senza distruggere tutto.
*Coordinatore del Pdl

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