Odifreddi: "La matematica, la religione e i miei incontri con Ratzinger"

Il matematico e divulgatore Odifreddi racconta i suoi dialoghi con il Papa emerito scomparso oggi

Piergiorgio Odifreddi
Piergiorgio Odifreddi

«In un certo senso, sì, il nostro era un rapporto singolare: da un lato un Papa, credente, capo di una chiesa e dall’altro io, ateo, non credente... Lui un filosofo e famoso teologo, io un matematico, meno famoso...». Apparentemente, quelle di Piergiorgio Odifreddi, matematico e divulgatore (l’ultimo tentativo di far amare la sua materia sono le sue Pillole matematiche, un saggio che si muove fra numeri, scienza, letteratura e arte, pubblicato da Raffaello Cortina Editore) e di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI, sono sempre state «due visioni del mondo contrapposte», eppure (o, forse, proprio per questo) fra questi due mondi è nato un dialogo vero: «Si va oltre e ci si incontra personalmente, non in senso fisico, bensì nel senso che ci sono personalità complementari, che vanno d’accordo». Così d’accordo da diventare autori, insieme, di due libri: Caro papa teologo, caro matematico ateo. Dialogo tra fede e ragione, religione e scienza (Mondadori, 2013) e In cammino alla ricerca della Verità. Lettere e colloqui con Benedetto XVI (uscito per Rizzoli nella primavera scorsa).

Piergiorgio Odifreddi, com’è un incontro fra un matematico ateo e un Papa?
«La prima volta gli ho portato una copia del nostro libro e ci siamo messi a parlare di tutto. Tanto che gli ho chiesto se potessi tornare a trovarlo».

E Benedetto XVI?
«Mi disse: “Teniamoci in contatto. Se ci sarò ancora”. Era il 2013, qualche mese dopo le sue dimissioni. L’anno successivo sembrava rinato, forse perché era lontano dal Vaticano... Per un Papa persino parlare con un ateo è un sollievo».

Gli aveva scritto una lettera partendo da alcuni suoi testi, l’Introduzione al cristianesimo e i libri su Gesù.
«Introduzione al cristianesimo era del ’68 e allora fu considerato molto avanzato e progressista, dal punto di vista teologico. E lo è ancora. Forse, dopo tanti anni, tornare indietro a quel periodo, in cui era un teologo in ascesa, gli ha dato davvero sollievo. Il fatto è che, per pensare a quelle cose che gli interessavano, doveva parlare con un ateo: lo trovo un segno della tragicità del suo Papato».

In che senso era tragico?
«Pensava di risollevare le sorti del cattolicesimo tirando dalla sua parte gli intellettuali europei: era a loro che si rivolgeva nei suoi discorsi, come quello di Ratisbona, in cui citò la parola “ragione” quaranta volte. La tragicità è nel fatto che gli intellettuali europei se ne sono disinteressati; e sono gli stessi che oggi esaltano Papa Francesco, il quale, invece, non guarda a loro, come Ratzinger, bensì al Sud America e all’Africa...»

Come è nato quel «dialogo» del 2013?
«Io avevo scritto Caro papa teologo due anni prima: era un gioco letterario, non credevo lo avrebbe mai letto. Poi lui è andato in pensione, diciamo, così gliene ho fatto avere una copia attraverso il suo segretario, Padre Georg; il quale mi disse: “Guarda che lo sta leggendo e, forse, risponderà”. E mi arrivò una lettera di dodici pagine, fitte fitte. E così è nata la nuova edizione del libro, a doppio nome».

Che gli portò.
«Avevo la curiosità di andare in udienza dal Papa... E poi è scoccata questa scintilla, tanto che sono tornato cinque volte. L’ultima prima del Covid».

Come è stato?
«La prima volta abbiamo parlato per un’ora e mezza, da soli. È stato un incontro talmente fuori dal comune che, subito dopo, ho messo tutto per iscritto, così a memoria, e glielo ho mandato. E poi siamo andati avanti così, a scriverci: anche se io sono più logorroico, lui comunque mi ha risposto diciotto volte. Così ho messo tutto insieme e ho fatto una copia delle nostre corrispondenze, una sola. E lui: c’è un amico - il cardinal Ravasi - che potrebbe fare una prefazione... E così è nato In cammino alla ricerca della Verità. È un titolo scelto da lui, infatti Verità ha la V maiuscola, e mi va benissimo».

Entrambi avete cercato la Verità?
«Due fondamentalisti. Lui ce l’aveva col relativismo, della scienza e del pensiero, e da lì siamo partiti; ma è un abbaglio credere che la scienza sia relativa, perché, per un matematico, la verità è assoluta tanto quanto quella della religione. Sono un fondamentalista anche io, anche se io sto sul piano del due più due, e lui su quello della Resurrezione di Cristo, due cose completamente diverse. Come due binari paralleli, che vanno nella stessa direzione: non ci si incontra, ma si cammina insieme».

Ma di che cosa parlavate?
«Beh, per esempio, un giorno in cui ero nel suo studio, che si affaccia su San Pietro, gli ho raccontato che, un secolo dopo la sua costruzione, la cupola stava crollando a causa di calcoli sbagliati e, così, era stata imbragata. Gli dissi: “La cupola sta in piedi per grazia dei matematici”. E lui: “Anche di qualcun altro”».

Le sue Pillole matematiche... i numeri finiscono anche nella religione?
«Ma certo. Nella scolastica la matematica era usata a fini teologici, per capire le proprietà di Dio, che è infinito, e la matematica parla di infiniti e di limiti... Una volta gli portai un libro, Il museo dei numeri, in cui c’era una citazione di Sant’Agostino: “Togli i numeri alle cose e tutte le cose periranno”. E lui ricordò: “Certo, nella Città di Dio Sant’Agostino usa molto i numeri”».

Vi divertivate.
«Però parlavamo anche della fede e dei miracoli, a proposito dei quali diceva: l’unico importante è la Resurrezione di Cristo. Ma non è mica poco... E parlavamo della morte, di come un ateo pensa alla morte.

E poi, quando morì suo fratello e, dopo poco, morì anche mia madre, di come un ateo sente la morte. Questo discorso è tornato spesso nel carteggio: è la cosa fondamentale della vita dell’uomo. Siamo qui a scadenza».

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