"Ancora non ci credo. Mi hanno infangato ma posso perdonare"

L'emozione del politico: " A ogni udienza non capivo di che cosa stessero parlando".

"Ancora non ci credo. Mi hanno infangato ma posso perdonare"

Senatore Marcello dell'Utri...


«Ancora non ci credo».


Se l'aspettava?


«In effetti è l'unica domanda da farsi».


Sì, ma che cosa risponde?


Si sente che è sollevato. Dirà che questa sentenza è stata una «svolta»; che in fondo in fondo era «tranquillo altrimenti... Non sarei qui»; che però di «tornare in politica non ci penso nemmeno, preferisco i miei libri». Lui, uno dei più grandi collezionisti di volumi antichi e non. Sono passate meno di due ore dalla lettura del verdetto della Corte d'Assise di Palermo. Marcello Dell'Utri assapora la sentenza che lo toglie dalla ragnatela vischiosa dei rapporti fra Cosa Nostra e lo Stato. Ci sarà tempo per leggere le motivazioni, intanto la pronuncia segna il flop di una delle più ambiziose indagini della storia giudiziaria italiana. «Ero accusato di aver ricevuto minacce da mafiosi che avrei dovuto riferire a Berlusconi minacciandolo a sua volta se non avesse provveduto a fare leggi a favore dei mafiosi. Una cosa allucinante, pensi che durante il governo Berlusconi ci sono state soltanto leggi contro i mafiosi».


Insomma, era convinto di farcela?


«Ci speravo, ma non ero sicuro di essere assolto. In questo Paese non basta avere avvocati bravissimi come i miei avvocati, che in aula avevano smontato tutta questa storia».


Lei arrivava da una condanna di primo grado.


«No, non mi parli del primo grado, ero nauseato».


Il clima è cambiato? Oppure i giudici sono stati coraggiosi?


«Su questo non dico niente. Dico che udienza dopo udienza stavo come un turco alla predica».


Come chi?


«Provi a pensare a un turco che va in chiesa e sta lì ad ascoltare. Cosa vuole che capisca?».


Lei che cosa capiva?


«Non capivo niente, o, meglio, non capivo di cosa parlavano. Dicevano che avevo incontrato questo, poi avevo incontrato quello, poi non so che cosa altro. Un film, totalmente inventato».


C'erano delle accuse formulate dai pubblici ministeri di Palermo.


«Qui non c'era il fatto. C'era un mostro, davvero ancora non ci credo. Era scontato che la condanna dovesse cadere, ma non ero sicuro che venisse giù. Era impossibile non riconoscere l'assurdità dell'impianto accusatorio. Il buonsenso diceva che avrebbero dovuto assolvermi e annullare questo processo, ma il buonsenso nella giustizia non sempre funziona».


Forse il vento soffia da un'altra parte.


«Sono stati dieci anni di fango. E sono contento per me, per la mia famiglia e pure per gli sconosciuti che mi hanno sostenuto. Aggiungo che sono disposto a dimenticare quello che mi hanno rovesciato addosso i giornali e le televisioni».


Le parole lasciano spazio ad una smorfia, fra l'amaro e il sarcastico. Poi, il fondatore di Publitalia, l'amico di gioventù di Silvio Berlusconi, riprende a parlare e si capisce che è emozionato. «Sì, voglio davvero dire grazie ai tanti che non so nemmeno chi siano, ma mi sono stati vicini in questa storia interminabile».


Che libro leggerà per festeggiare l'assoluzione?


«Questa sera (ieri per chi legge, nda) non ho tempo per dedicarmi alla lettura».


Non c'è un filosofo adeguato?


«No, ci vuole un buon vino. E io ho scelto l'Amarone».

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