Il tempo è galantuomo

A volte i tornanti della Storia ci consegnano momenti topici in cui si incrociano vicende dall'alto valore simbolico

Il tempo è galantuomo
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A volte i tornanti della Storia ci consegnano momenti topici in cui si incrociano vicende dall'alto valore simbolico. Nulla a che fare con il destino o la provvidenza, semmai, come qualche volta avviene, è il tempo che si dimostra galantuomo e rimette le cose al giusto posto, riparando torti e punendo ingiustizie. Ieri, a poche ore di distanza, si sono consumati due avvenimenti che chiudono il cerchio di un'epoca.

Silvio Berlusconi è stato commemorato al Senato con tutti gli onori. In altre parole il ramo del Parlamento da cui fu cacciato per l'unica condanna ricevuta in vita sua (peraltro platealmente ingiusta) gli ha reso omaggio. Omaggio vero, non di circostanza. Tra lacrime e commozione, il Cavaliere è stato ricordato nell'aula di Palazzo Madama come uno statista. Qualche ora dopo uno dei magistrati più famosi d'Italia, ora in pensione, Piercamillo Davigo, l'uomo del pool di Milano, il giacobino per antonomasia, è stato condannato a 15 mesi per rivelazione di segreti d'ufficio, cioè per la diffusione dei verbali di Piero Amara.

Il punto, però, non è tanto la condanna di un personaggio che ha legato la sua immagine ad un modo sbagliato di intendere la giustizia. La sua frase - «non esistono politici innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti» - è un esempio di perversione del diritto che potrebbe capeggiare nel capitolo sulla colonna infame. Ma, per la prima volta, una toga-star è stata condannata per un reato che, in genere, non è mai perseguito, né punito. Anzi, a dir la verità, le sentenze in materia si contano sulle dita di una mano.

Eppure è stato lo strumento con cui in trent'anni sono state fatte fuori intere classi dirigenti ancor prima di arrivare ai processi. È stato il volano di quel meccanismo perverso, il cosiddetto circuito mediatico-giudiziario, per cui tanti imputati sono finiti alla gogna sui giornali e sulle piazze ancora prima di essere giudicati da un tribunale. Un modo abbietto - e ideologico - di perseguire la giustizia che ha distrutto vite, carriere, governi, parlamenti e financo determinato suicidi eccellenti. Un'arma per distruggere, menomare, logorare l'immagine di una persona attraverso «rivelazioni» tratte da inchieste che spesso non sfociano in nulla o, addirittura, si risolvono in assoluzioni. Quindi, la tipica tortura mediatica - perché di questo si tratta - con cui una parte della sinistra e le toghe più politicizzate hanno regolato i conti con gli avversari per anni.

Forse il bersaglio più illustre di queste operazioni è stato proprio Berlusconi. Certo il Cav ha dovuto affrontare 37 processi, presenziare un numero infinito di udienze, spendere milioni in avvocati, ma la vera persecuzione per lui è stata quella di vedere il suo nome apparire sui giornali in relazione a vicende criminose da cui poi è uscito del tutto indenne. Perché l'obiettivo dei suoi accusatori non era tanto quello di perseguire un reato, quanto di sporcare il suo nome.

E alla fine Berlusconi ha vinto quella che è stata la sua vera battaglia in politica: restituire al Paese una giustizia giusta.

In pochi giorni dopo la sua morte ci sono stati avversari che hanno condiviso le sue tesi sulla giustizia (da Renzi a D'Alema), Mieli si è ricordato che il Corriere è stata la cassetta delle poste della procura di Milano. E, ancora, Nordio ha presentato una riforma in suo nome e il Robespierre italiano è finito sul patibolo per il meccanismo perverso che il Cavaliere ha sempre denunciato. Insomma, Berlusconi ha avuto ragione.

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