Toghe e giuristi cattolici uniti in nome del "giudice ragazzino"

Nasce il centro studi intitolato a Livatino contro il pensiero unico della sinistra. L'obiettivo è contrastare le sentenze che aprono la strada a eutanasia, teorie gender e unioni civili

Toghe e giuristi cattolici uniti in nome del "giudice ragazzino"

È intitolato al «giudice ragazzino» sulla via della beatificazione Rosario Livatino il Centro studi che vuole costruire una piattaforma culturale contro il pensiero unico della sinistra. Magistrati, avvocati, docenti universitari di stampo cattolico che già da un anno lavorano sul web e in workshop per contrastare, in punta di diritto, sentenze che aprono la strada a ideologia gender , unioni civili, adozioni di coppie gay, utero in affitto, eutanasia...

Un think tank , lo chiamarebbero oggi, che ieri ha fatto la sua prima uscita ufficiale in pompa magna, nell'aula dei gruppi della Camera, con il convegno «25 anni dopo. Rosario Livatino, diritto etica e fede». C'erano solo posti in piedi, nella grande sala per 300 ospiti, e accanto agli alti magistrati di diverse correnti sedevano tanti giovani con la toga nuova nuova o studenti che si preparano ad indossarla.

«Vogliamo approfondire - spiega Alfredo Mantovano, uno dei tre vicepresidenti del Centro studi, con Domenico Airoma e Filippo Vari - i temi del diritto alla vita, della famiglia, della libertà religiosa, in un'ottica che non è quella dominante oggi nella magistratura. Non scegliamo il terreno politico della polemica e degli slogan, preferiamo far emergere un'area culturale alternativa».

Le istituzioni erano presenti per lodare la figura straordinaria del giudice 37enne, assassinato ad Agrigento da sicari mafiosi il 21 settembre 1990 mentre si occupava delle prime confische dei beni dei boss: dal presidente del Senato Pietro Grasso al ministro della Giustizia Andrea Orlando, dal vicepresidente del Csm Giovanni Legnini al questore della Camera Stefano Dambruoso, al presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi. Hanno anche parlato il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, l'ex presidente dell'Anm Mario Cicala, il professor Mauro Ronco, il postulatore della causa di beatificazione Giuseppe Livatino.

Doveva esserci anche il capo dello Stato Sergio Mattarella, ma poi il Quirinale ha ripiegato su un messaggio: «Livatino grande esempio morale per i giovani e per il Paese». Sembra che le implicazioni politiche di questa nuova lobby culturale, certo non in linea con il governo né con le correnti di sinistra delle toghe, abbia suggerito al presidente di defilarsi.

«Si può diventare santo facendo il giudice?», ha chiesto Airoma nella sua introduzione. Se la risposta è sì, certo riguarda il giovane Livatino, uno che siglava ogni documento con il misterioso Std, decifrato dopo la sua morte in «Sub tutela Dei» e il cui rigore morale contribuiva a isolarlo. Uno che aveva evitato di iscriversi all'Anm e rifuggiva i riflettori, che si è espresso solo in due conferenze, ma in quelle ha scritto una summa de lla figura del magistrato. «Il giudice non può e non deve essere un protagonista occulto dei cambiamenti sociali e politici. L'indipendenza del giudice non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella credibilità che riesce a conquistarsi con le sue decisioni. L'indipendenza del giudice è anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta dentro e fuori delle mura del suo ufficio. Solo se il giudice realizza in sé stesso queste condizioni, la società può accettare ch'egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha».

Niente protagonismo né impegno

politico, indipendenza e terzietà assolute, no al conformismo giudiziario che indebolisce l'autonomia di giudizio, forte tensione etica. Livatino compirebbe lunedì 63 anni, non c'è, ma la sua lezione scuote le coscienze.

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