Storia dell'homo sovieticus e di tutti i sopravvissuti al crollo del comunismo

La giornalista (in odore di Nobel) Svetlana Aleksievic ha raccolto le voci di centinaia di persone comuni che hanno attraversato la triste parabola dell'Urss

Storia dell'homo sovieticus e di tutti i sopravvissuti al crollo del comunismo

Guardare la Russia seduti sulle rovine dell'Urss. Materiali e immateriali che siano. Farsela raccontare da centinaia di voci. A volte autorevoli, a volte origliate per la strada, in una di quelle code tristi che non sempre il capitalismo è riuscito a far sparire dalla Russia e dalle altre repubbliche e republichette nate dal crollo dell'«impero» sovietico. Questa è la radice profonda del libro della giornalista Svetlana Aleksievic: Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo (Bompiani, pagg. 778, euro 24). La Aleksievic, classe 1948, testimone diretta delle guerre afghane, della perestrojka, e della frammentazione che l'ha seguita, costruisce pagina dopo pagina una narrazione corale, un gigantesco affresco della sconfitta.

A parlare, infondo, non è mai un singolo ma una categoria umana declinata in infinite forme: l' homo sovieticus . Come spiega la Aleksievic in uno dei rari casi in cui “parla” direttamente mettendo la sua voce fuori dal coro: «Attualmente viviamo in diverse nazioni, parliamo lingue diverse ma restiamo inconfondibili. Ci facciamo subito riconoscere! Noi tutti, gente del socialismo, siamo simili all'altra gente ma al tempo stesso ce ne distinguiamo; abbiamo un nostro vocabolario, idee nostre del bene e del male, degli eroi e dei martiri. Anche il nostro rapporto con la morte è tutto speciale. Nei racconti che vado annotando ricorrono spesso parole che feriscono l'orecchio: “sparare”, “liquidare”, “mettere al muro” o versioni sovietiche dello “scomparire senza traccia” quali “arresto”, “dieci anni senza diritto alla corrispondenza”, “emigrazione”... Siamo pieni di odio e pregiudizi. Veniamo tutti da laggiù, dal gulag e da una guerra atroce».

E così, nel libro, si parte dal terrore staliniano, le denunce fatte dai vicini. Spiega tutto una voce anonima, qualunque, sovietica: «Perché non abbiamo fatto il processo a Stalin? Glielo spiego subito... Per giudicare Stalin bisognava chiamare a giudizio i nostri congiunti, i nostri conoscenti... Papà l'hanno arrestato nel '37. A denunciare papà era stato un nostro vicino, zio Jura. Per una sciocchezza sosteneva mamma. Io avevo sette anni. Quando andava a pesca coi suoi bambini portava anche me, mi faceva montare a cavallo. Più di una volta ha riparato la nostra recinzione. Non proprio l'immagine del carnefice...».

Poi arrivarono le piccole cucine delle case popolari costruite da Chruscev. Un rifugio di libertà in un Paese asfittico: «Nel XIX secolo l'intera cultura russa viveva nelle tenute nobiliari e nel XX secolo nelle cucine. Anche la perestrojka». Chiusi in quei bugigattoli, per sovietica ergonomia delle tubazioni sempre contigui al bagno, si discuteva di tutto. Si sognava che il Che cambiasse il comunismo, si ascoltava di nascosto la Bbc, si tremava per paura che qualcuno avesse messo una cimice... Ma quelle rivolte sognate tra il lavandino e il tinello non decollarono. Alla fine il cambiamento arrivò dall'alto. Altra voce anonima: «Non è stato il popolo a fare la perestojka, l'ha fatta un solo uomo: Gorbacev. Gorbacev e un pugno di intellettuali...». E lì pagine e pagine di chi grida all'intrigo, «Gorbacev spia della Cia», assassino della Patria. Oppure di chi è sceso in piazza contro il golpe dei militari: «Sono andato alla Casa Bianca coi miei genitori. Papà aveva detto: andiamo, altrimenti non avremo mai del salame decente e dei buoni libri. Si smontavano i cubetti del selciato e si erigevano le barricate».

Ma attraversando il sogno-incubo degli anni Novanta, la narrazione si sposta velocemente all'oggi. Un oggi dove la democrazia l'hanno capita in pochi, però la roba - per usare un termine di Verga che però compare spesso anche nella narrazione della Aleksievic - l'hanno capita tutti. E qualche volta il business funziona, qualche volta no. E per i russi la battaglia (ancora in corso), tra capitalismo sì, capitalismo no, fa sempre riferimento a Egor Timurovic Gajdar, l'economista che andò in televisione a dire che era arrivato il momento di avere il coraggio di vendere e comprare... In Occidente l'abbiamo dimenticato. A Mosca e dintorni, invece, o è un santo o è un demone. Poi ci sono ovviamente le campagne sterminate. Nelle pianure infinite stentarono a capire che lo zar non c'era più. Ora stentano a capire la differenza con il comunismo.

A chiudere il libro sono le osservazioni di una donna comune: «In inverno siamo sommersi dalla neve... a volte per settimane non circolano gli autobus. Che cosa succede nella capitale? Da qui a Mosca ci sono mille chilometri. Qui continuiamo a vivere come abbiamo sempre vissuto».

Leggendo però tra le righe delle centinaia di testimonianze, messe a mosaico da Svetlana Aleksievic, quello che più balza all'occhio non è tanto il rimpianto (di una minoranza) per il comunismo o il desiderio (di una maggioranza) per una democrazia che non c'è ancora sino in fondo. Piuttosto il fatto che ci sia un'identità perduta, comune a quasi tutti. Un vuoto che fa paura.

Perché è molto difficile passare dal gulag alla libertà assoluta. Dall'impero alla frantumazione. È un salto mortale che dà le vertigini. E l' homo sovieticus spera solo di atterrare in piedi, ed è in volo da più di un ventennio.

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