Profumo: "Terrò la politica fuori da Mps"

"Senza sindaco mancherà un riferimento, ma il Monte non può più subire pressioni. Le primarie? Le rifarei". Sui ricavi: "C'è grande spazio per aumentare l'efficienza commerciale"

Profumo: "Terrò la politica fuori da Mps"

nostro inviato a Siena

Il banchiere che visse due volte riparte dal Monte dei Paschi nella bufera. Finanziaria, politica e giudiziaria. Ci sono 2 miliardi da trovare entro un mese senza poterli chiedere al grande socio-Siena, ormai stremato. Mentre lo spread non dà tregua. Bella sfida per Alessandro Profumo. Che comunque per ricominciare ha scelto la banca non solo più antica, ma anche più bella del mondo. Basta percorrere la luminosa loggia del secondo piano della Rocca Salimbeni, attraversare le porte che si aprono strette e basse nei muri di spessa pietra tufacea e sbucare nella sala di rappresentanza del presidente, protetta dalla Madonna della Misericordia di Benvenuto di Giovanni del Guasta del 1481, per rendersene conto. «Ma ci sono pro e contro - scherza Profumo - perché quando qualche straniero vede queste fortune, poi non ci crede più che anche noi italiani siamo in crisi».

Invece Mps di problemi ne ha proprio un bel po’. Dal lato regolatorio le mancano ancora un paio di miliardi di capitale (dei 3,2 richiesti dall’Eba e al lordo di 1,9 miliardi di Tremonti bond sottoscritti nel 2009 e prima o poi da restituire); da quello operativo deve urgentemente recuperare redditività; da quello istituzionale è alle prese con una Fondazione azionista indebitata fino al collo e con il suo principale referente, il Comune, in piena crisi per le dimissioni del sindaco Franco Ceccuzzi, grande elettore dello stesso Profumo; da quello giudiziario è appena esplosa l’inchiesta della Procura sull’acquisizione di Antonveneta. Eppure è proprio da qui che intende ripartire l’ex numero uno di Unicredit, uscito nel 2010 con una super liquidazione e un’etichetta di cattivo della finanza che è forse uno dei motivi che lo ha portato qui, per cancellarla. Il banchiere che visse due volte.

Insediato da meno di un mese in questo palazzo che esisteva già nel ‘200, non pare intimorito dalle ultime vicende (il sindaco che lo ha portato a Siena si è dimesso domenica scorsa), ma nemmeno si nasconde: «La crisi politica cittadina ci può creare problemi nella misura in cui la Fondazione, di cui siamo interlocutori in quanto nostro azionista, perdesse un punto di riferimento. Mi auguro che così non sia, ma dovremo tenerne conto. Dopodiché, il ceo Viola e io ci prenderemo tutti i gradi di libertà necessari per gestire questa banca. Ai sindacati lo abbiamo detto subito. In questa chiave abbiamo fatto già un primo ricambio di manager (è di ieri la notizia delle dimissioni del vicedirettore generale Nicola Romito ndr).

Quello che dobbiamo fare è molto chiaro e non ci sono pressioni di alcun tipo che possono farci cambiare linea». Il primo obiettivo è portare a casa, con cessioni e efficienze, il gap di capitale che manca secondo le regole dell’Eba: «Lo proveremo a fare in modo da evitare ad ogni costo un aumento di capitale, che sarebbe pesante per tutti gli azionisti, non solo per la Fondazione costretta a diluirsi. Detto questo, se resterà un gap da colmare, lo colmeremo». Dopo 15 anni passati a fare il “ceo”, gli è ben chiaro che tipo di presidente è venuto a fare qui a Siena: «Il mio ruolo deve essere proprio quello di rendere immune la banca dalle influenze esterne, della politica o di altro, che possono solo fare male. Mentre all’interno io devo garantire di essere un cda permanente, in modo che il ceo non venga sopraffatto dal senso di solitudine, che ben conosco, tipico di quel ruolo. Vorrei alla fine poter dire che mi sarebbe piaciuto avere un presidente come me».

Ma dal lato politico, non lo spaventa guidare la “banca rossa” per antonomasia? «La politica non entra nelle decisioni della banca. Non è mai successo a Unicredit – dice Profumo -, dove ho detto più no a governi di centrosinistra che di centrodestra, né succederà adesso”. E non sembra nemmeno preoccupato dall’altra etichetta, quella di banchiere in fila alle primarie del centro sinistra, che non considera inopportune: «Le rifarei perché il cittadino Profumo ha il dovere di partecipare alla selezione delle persone che potrebbero essere chiamate a governare. Poi ciascuno ha le sue idee: in economia io sono considerato di destra, nel sociale di sinistra. Credo in un Paese competitivo e solidale».

Dopodiché c’è da lavorare sodo per questa seconda vita senese. Per capire cosa fare nei prossimi tre anni, «ora che per ogni 100 euro di impieghi le nuove regole ne chiedono 9 di capitale contro i 4 di prima della crisi». Le strade sono per qualche verso obbligate: più ricavi e meno costi. «Sul primo punto – è convinto Profumo - c’è grande spazio per aumentare l’efficienza commerciale. Sul secondo vanno ridotti i costi unitari». Poi e solo poi si vedrà se aprire il capitolo tagli. Di certo c’è il tema degli sportelli da ridurre: 150-200 con il marchio Antonveneta potrebbero essere ceduti, oltre al 60% di Biverbanca. Anche se Profumo non crede alla fine delle filiali: «Lo sportello manterrà il suo valore. La parola d’ordine è multicanalità. La relazione umana con il cliente continua a essere richiesta».

Di più non si potrà sapere fino al 15 giugno, presentazione del piano industriale. Ma un’idea ce l’ha. Quella di sfruttare una banca come Mps, con i suoi 6 milioni di clienti, per quello che è: un Facebook ante litteram. Sei milioni di carte d’identità e di informazioni personali che possono permettere di costruire e vendere alla clientela prodotti e servizi nuovi e su misura.

Assicurativi, previdenziali, mutui, investimenti per un mondo che non sarà più quello di prima della crisi in nulla. No nella banca, né nelle pensioni, né nel servizio sanitario. Un lavoro difficile da mettere in piedi. Ma è quello che vorrebbe fare con Mps Profumo. Prima che lo faccia Facebook, per l’appunto.

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