Senza gas, rischio lockdown. Ma la sfida di Putin è un bluff

Citibank vede nero, prezzi ancora su. Il Cremlino prima impone i pagamenti in rubli, poi rinvia tutto

Senza gas, rischio lockdown. Ma la sfida di Putin è un bluff

È il paradosso della dipendenza: se il gas non c'è, rischiamo di finire asfissiati. Già il legame era ombelicale prima della guerra, ma ora la corda che ci lega alle pipeline russe può diventare un cappio. Basta una chiusura dei rubinetti. L'interruzione del flusso di metano è per un Paese sviluppato privo di fonti energetiche alternative, come sangue che non arriva più al cuore: in agguato c'è un infarto collettivo in grado di colpire l'intera filiera produttiva e di propagarsi fino alle mura domestiche. Citibank, non a caso, sostiene che un blocco delle forniture «equivale a un lockdown», tale da azzerare allo 0,7% la crescita 2022 dell'eurozona. Di fatto, una stagnazione accompagnata da un'inflazione elevata, un mostro bicefalo difficile da sconfiggere. Siamo così tornati al lessico domestico, tristemente familiare ai tempi del Covid. Sulla ripresa economica si spengono i riflettori, mentre si allungano le ombre da austerity anni '70. Meglio tener a freno la nostalgia canaglia delle domeniche a piedi, delle biciclette sciamanti nei viali, della transumanza dei tifosi da casa allo stadio grazie ai carretti trainati da cavalli. Non c'è nulla di bucolico nell'idea di razionare il gas, un'idea che la Germania comincia ad accarezzare dopo aver attivato ieri il piano di emergenza per gestire quel 55% di forniture che arriva da Mosca. Stato di allerta preventiva adottato anche dall'Austria, un provvedimento già preso dall'Italia già un mese fa. «Ora bisogna attendere», spiegano fonti di governo, per capire come si comporterà Gazprom. Gli ultimi sviluppi promettono poco di buono. Al rifiuto categorico opposto dall'Europa di pagare il metano in rubli, questione al centro della conversazione telefonica di ieri tra il premier Mario Draghi e il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, il Cremlino ha risposto alzando ancora la posta mentre i prezzi del gas salivano a 119,75 euro a megawattora (+10,5%). La moneta russa potrebbe infatti essere imposta anche per il pagamento delle altre materie prime, a cominciare da alluminio, nickel, zinco, palladio (le cui quotazioni sono subito salite del 3%) e legname (+5,5%) e poi, chissà, anche a petrolio, carbone, fertilizzanti e grano. «I Paesi europei hanno tutte le opportunità di mercato per pagare in rubli. Non c'è nessuna tragedia - ha spiegato Vyacheslav Volodin, presidente della Duma (il parlamento russo), nonché autore della proposta - . La situazione è molto più terribile quando ci sono i soldi ma non le merci. I politici europei devono smettere di cercare giustificazioni per cui i loro Paesi non possono pagare in rubli». La sola nota positiva è lo slittamento della deadline del 31 marzo data da Putin per il cambio della modalità di pagamento del metano. «Questo processo richiede più tempo da un punto di vista tecnologico, così come il versamento in rubli delle altre commodity», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Problemi di natura tecnico-giuridica difficili da sbrogliare? Oppure l'intento di non forzare troppo la mano in quella partita di poker in cui ancora non è chiaro chi, tra Russia ed Europa, abbia in mano le carte migliori? Di sicuro, aver rinviato sine die il momento del «changeover» non depone a favore delle zar Vlad, poiché può anche essere interpretato come un segno di debolezza indotto dall'impossibilità di calcolare costi e benefici di una mossa così azzardata. Nel corso delle telefonate a Draghi e al cancelliere tedesco Olaf Scholz, lo stesso Putin ha peraltro assicurato ch «per i contraenti europei non cambierà nulla. I pagamenti continueranno a essere esclusivamente in euro e come sempre versati alla Banca di Gazprom, che non è colpita dalle sanzioni. La Banca convertirà gli euro in rubli». Il livello d'allarme alzato da Germania e Austria è comunque la cartina di tornasole che l'Ue si sta preparando a un taglio, totale o parziale, delle forniture russe. Si tratta dello scenario più avverso, ma non per questo meno verosimile, che riguarda più da vicino Roma e Berlino. Dei 155 miliardi di metri cubi di gas che Mosca esporta nell'Ue, 30 sono assorbiti dal nostro Paese, mentre 70 miliardi arrivano sul suolo tedesco. Alternative, al momento, poche. E tra queste non figurano gli Stati Uniti, non in grado di recitare la parte del cavaliere bianco.

L'anno scorso gli Usa hanno spedito circa 22 miliardi di metri cubi di gas nel Vecchio continente nel 2021, e dieci ne hanno inviati nel primo trimestre di quest'anno. Troppo pochi. E, per di più, si tratta di spedizioni (costose) di gas naturale liquefatto che richiede impianti di rigassificazione di cui l'Europa è carente.

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