I segreti del laboratorio-bunker dove vivono i «cacciatori di virus»

Nino Materi

Se il virus dei polli dovesse arrivare in Italia, c’è un luogo dove lo saprebbero per primi. È un edificio bianco che da lontano può apparire come un’astronave marziana ma che - da vicino - ha invece l’aspetto essenziale di un laboratorio dove la sigla H5N1 (quella che identifica l’influenza aviaria) la conoscono e la studiano ancora prima che il «caso» esplodesse tra l’opinione pubblica.
L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe) che sorge a Legnaro, in provincia di Padova, è il «centro di referenza» nazionale nei confronti della Fao e dell’Oie, l’Organizzazione mondiale della sanità animale.
Direttore sanitario dell’Istituto Zooprofilattico è Stefano Marangon che proprio ieri è partito per Bucarest per aiutare i medici romeni ad affrontare il rischio epidemia.
Ma a lavorare nel bunker di Legnaro è rimasta tutta la squadra dei «cacciatori di virus», gli stessi che nel 2000 isolarono e «disinnescarono» il morbo H7N1, meno pericoloso di quello attuale, ma che comunque rese necessario l’abbattimento di 16 milioni di volatili (per la maggior parte polli).
Oggi come allora in prima linea ci sono gli scienziati dell’IZSVe, impegnati a fare test in laboratori dalle stanze superblindate.
«Stiamo agendo su due lati - ha dichiarato il dottor Marangon al Gazzettino -: aumentando i livelli di attenzione e cercando di allargare il monitoraggio per selvatici e polli. Sappiamo che non basta il monitoraggio, che l’ingresso del virus anche nel nostro Paese è possibile, per cui dobbiamo prepararci all’eventualità».
Ma qual è la situazione italiana? «La sensibilità complessiva, così come in altri Paesi è aumentata. Era mediocre prima del 2000, poi le morti umane e le epidemie disastrose tra i polli (anche in Olanda, Canada, Usa) hanno alzato il livello di allarme ovunque».
«Se il virus dovesse arrivare anche in Italia - prosegue Marangon - non vorrebbe dire che automaticamente si creerebbe una pandemia. Già nel 2000 in Italia abbiamo “eradicato” un virus dei polli, un’operazione che nel caso dell’H5N1 risulta più difficile perché il morbo è molto contagioso».
Sono già pronte, intanto, le tabelle operative (fatte proprio a Legnaro) che il ministero distribuirà a tutti i sistemi di controllo sanitario italiano: «Un piano nazionale di emergenza per bloccare, se arrivasse, prima possibile il virus».
Nonostante gli sforzi fatti fino ad oggi da Oms, Oie e Fao, l’epidemia di influenza aviaria attualmente presente in Asia preoccupa sia per il potenziale zoonosico, sia per l’impatto sull’avicoltura intensiva e rurale dei Paesi colpiti.
«Nello scenario attuale, con i dati di cui disponiamo – ribadisce Stefano Marangon - la preoccupazione è legittima». Anche per questo è fondamentale attenersi a un rigoroso protocollo.
«Le operazioni di abbattimento, rimozioni di animali e disinfestazione - recita il manuale di comportamento stilato dall’IZSVe - devono essere compiute con porte e finestre chiuse, al fine di impedire agli uccelli selvatici, principalmente passeriformi, di entrare e uscire dai luoghi contaminati».
Previsti «kit di pronto intervento» anche per i veterinari e per gli operai addetti alla soppressione dei capi e alla bonifica degli allevamenti infetti: «Il veterinario che interviene per il primo sopralluogo, ad esempio, deve lasciare l’auto lontana dall’allevamento, spogliarsi dei suoi abiti, indossare tuta, copricapo, calzari, occhiali protettivi, maschera respiratoria ecc. Gli operai che lavorano nell’allevamento non possono, per almeno tre giorni, avere contatti con altri animali domestici».
«L’influenza aviaria è un argomento di sanità pubblica che non potrà essere risolto, se non intervenendo sul serbatoio animale sia domestico, sia selvatico», spiegano i «cacciatori di virus» dell’IZSVe che dallo scorso mese fa parte del network veterinario Offlu, nato dall’impegno congiunto di Oie e Fao, i due enti maggiormente coinvolti nella gestione dell’emergenza dell’influenza aviaria dal punto di vista della sanità animale.


«La professionalità italiana e l’esperienza maturata nel nostro Paese nello studio della malattia saranno indispensabili per l’organizzazione della rete di interventi scientifici e la successiva divulgazione dei dati - sottolineano nell’istituto di Legnaro - . L’Oie e la Fao hanno affidato tale impegno al nostro Centro di referenza nazionale dell’IZSVe per un periodo iniziale di tre anni».
Sperando che, nel frattempo, non spuntino nuovi virus killer.

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