Giannini lascia la guida della Stampa: la caduta della penna rossa

Giannini nasce come giornalista economico, senza mai aver nascosto la propria militanza di sinistra. Dopo una vita a Repubblica e qualche esperienza in radio il passaggio alla Stampa

Giannini lascia la guida della Stampa: la caduta della penna rossa
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La notizia piomba come un fulmine a ciel sereno nelle redazioni, a metà pomeriggio. Massimo Giannini non è più il direttore della Stampa. Così ha deciso la proprietà. Al suo posto Andrea Malaguti, vicedirettore del quotidiano torinese. Un cambio della guardia importante nel mondo dell'editoria italiana.

Sessantuno anni, già vicedirettore di Repubblica e poi di Radio Capital, si era spostato all'ombra della Mole nell'aprile del 2020. Nel 2014 prese il posto di Giovanni Floris, su Raitre, per condurre Ballarò. Notista politico di esperienza, saggista e opinionista molto affezionato ai salotti tv (specie su La7, ma non solo), Giannini nasce come giornalista economico, senza mai aver nascosto la propria linea di sinistra. In passato è stato una delle penne antiberlusconiane più implacabili. Poi ha virato la sua vis polemica (per usare un eufemismo) contro Salvini e, in seguito, contro Giorgia Meloni. Nell'ultimo anno è stata durissima la sua campagna stampa contro la premier di Fratelli d'Italia. Negli ultimi giorni ha "tirato per la giacca" persino il Quirinale, facendo riferimento ad una presunta bacchettata di Mattarella contro il governo per difendere la sanità delle Regioni. Il Colle ha smentito tutto, con un certo fastidio. E dopo pochi giorni Giannini è arrivato al capolinea. Forse solo per una coincidenza.

Nel 2016, quando tutti lo davano come nuovo direttore al posto di Ezio Mauro, in uscita, il colpo di scena: a dirigere il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari fu chiamato Mario Calabresi, che arrivava dalla Stampa. Qualcuno ipotizzò che fosse uno "scherzetto" della Fiat, che non lo gradiva troppo. Ipotesi poi smentita dai fatti quando, anni dopo, lo stesso Giannini fu chiamato a Torino.

Su una cosa Giannini non è mai cambiato: è sempre stato e si è sempre comportato come una firma di Repubblica, anche quando è andato a lavorare per altre testate. Anche quando si è ritrovato come ospite fisso in diversi salotti tv: da Bianca Berlinguer, a Cartabianca, da Lilli Gruber, a Otto e mezzo, da Floris, a DiMartedì. Cambiavano i salotti, cambiavano i giorni, ma lui non cambiava mai. Sempre pungente, sempre preciso nelle accuse al centrodestra e - molto meno - alla sinistra. In un'intervista al Corriere della Sera rivendicò con orgoglio di credere nella "militanza giornalistica" e di non volervi rinunciare, ribadendo di voler "dire come la penso sui vari argomenti, ma basandomi su dati, fatti, numeri, non su pregiudizi ideologici". Insomma, un militante, ma pur sempre un giornalista.

Se vi andasse di ricercare, su Youtube, alcuni vecchi filmati video, trovereste decine e decine di ospitate di Giannini, in televisione, impegnato in serrati botta e risposta con diversi esponenti di centrodestra. Giannini li affrontava tutti con la medesima tecnica: distacco e freddezza, condito, in alcuni casi, dalla spietatezza nei giudizi. Al punto che, quando lo chiamarono a condurre Ballarò, molti storsero la bocca: ma come, uno schierato come lui va a fare il conduttore-moderatore? Chissà se si sarà divertito in quel ruolo, a menare le danze nel salotto di Ballarò. Secondo noi si sarà trovato più a suo agio come ospite-opinionista.

Cosa andrà a fare ora Giannini? Dagospia ipotizza che continuerà a

scrivere, come editorialista, non si sa ancora se per la Stampa o a Repubblica. E il sito di Roberto D'Agostino getta il sasso nello stagno: potrebbe avere un programma suo su Discovery. Vedremo.

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