"L'ultimo uomo bianco". L'America distopica che incontra Kafka

Un uomo bianco si sveglia e scopre di essere diventato scuro. L'ultimo romanzo Mohsin Hamid edito da Einaudi racconta gli eccessi e i complottismi della società americana

"L'ultimo uomo bianco". L'America distopica che incontra Kafka

Sconcerto allo specchio. Anders, un uomo bianco, si sveglia e scopre di essere diventato di un innegabile marrone scuro. In quel momento cambia tutto, dentro e fuori di lui. C'è un po' di Kafka ne L'ultimo uomo bianco (Einaudi), il più recente romanzo dello scrittore pakistano Mohsin Hamid. Come Gregor Samsa, che nelle Metaformosi dell'autore boemo si ritrovava trasformato in uno scarafaggio, anche il protagonista del libro edito da Einaudi entra di colpo in un corpo e in una pelle che non sente più suoi. La reazione è spiazzante, violenta. "Voleva ammazzare l'uomo di colore che gli si parava davanti". Cambiato d'aspetto, il giovane protagonista si sente come derubato. Privato della propria identità.

L'ultimo uomo bianco, il romanzo di Mohsin Hamid

Nel romanzo di Hamid, quell'improvvisa mutazione innesca in Anders una nuova e confusa percezione di sé, determinata anche dallo sguardo sospettoso degli altri. In palestra, dove lavora come personal trainer, nessuno lo riconosce più e di colpo l'atteggiamento nei suoi confronti è diverso; si fa diffidente. Oona, la sua fidanzata, in quel momento sembra l'unica disposta ad accogliere e accettare quell'incredibile metamorfosi, se pur con un'iniziale fatica. "Lui sembrava un'altra persona, cioè, non solo un'altra persona, ma una persona di tipo diverso...". Presto però i telegiornali cominciano a diffondere la notizia che molte altre persone bianche stanno diventando scure. In città scoppia il caos e si innescano scellerate violenze contro chi si è ritrovato con una pelle diversa nel colore. La trama si apre così a scenari distopici, proiettando il lettore in una realtà straniante.

La realtà distopica, tra violenze e complottismo

"La gente sta cambiando", osserva la madre di Oona, appassionata di teorie complottiste che condizionano e alterano la sua percezione del mondo. E in effetti, pagina dopo pagina, tutto cambia ma non come ci si aspetterebbe. A un tratto infatti gli equilibri si ribaltano e, quando tutti sono ormai diventati scuri, a essere guardati con sospetto sono i bianchi. Mohsin Hamid racconta tutto questo attraverso gli sguardi e le storie dei due protagonisti, alternando episodi privati ad accadimenti pubblici. Da una parte c'è la vita quotidiana, dall'altra ci sono gli sconvolgimenti sociali che la condizionano. Anders, che nelle settimane delle violenze di strada si nasconde terrorizzato a casa di suo padre, assiste quest'ultimo fino alla morte per malattia. Il momento della sua sepoltura è emblematico e rivelatore: alla terra viene infatti consegnato l'ultimo uomo bianco. "Dopo di lui, non ce ne furono più".

La critica alla società americana

Sarebbe assai limitativo e fuorviante ridurre il libro a una mera riflessione sul razzismo. L'ultimo uomo bianco è piuttosto un romanzo distopico che racconta, amplifica e critica alcuni eccessi e altrettante contraddizioni della società americana, dove certo la questione razziale è una delle tematiche d'attualità. Ma non affatto la sola. Difatti, ci sono anche riferimenti espliciti a un certo complottismo poi smentito dai fatti, simile per certi versi a quello manifestatosi nella recente esperienza pandemica. E poi non mancano le allusioni sociologiche alla rinegoziazione di certi canoni che costituiscono le convenzioni del vivere comune.

Gli echi di Kafka e Piranello

Nel romanzo ci sono echi di Kafka, scrivevamo, ma anche interessanti risonanze

pirandelliane da Uno, nessuno e centomila. È proprio a partire da un dettaglio, infatti, che i protagonisti distruggono d'improvviso l'immagine di sé e fanno i conti con la percezione riflessa negli occhi degli altri.

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