Un linguaggio, un leader, un popolo: ecco il segreto del Cav

Al cuore del successo di Forza Italia e della sua tenuta fino ad oggi, sia pure nella sua fusione-trasformazione nel Pdl, ci sono tre fattori tra loro inscindibili: un leader, un linguaggio, un popolo

Un linguaggio, un leader, un popolo: ecco il segreto del Cav

Al cuore del successo di Forza Italia e della sua tenuta fino ad oggi, sia pure nella sua fusione-trasformazione nel Pdl, ci sono tre fattori tra loro inscindibili: un leader, un linguaggio, un popolo. All’inizio tutto ciò fu ridotto dai critici ad un fatto di successo ma provvisorio, temporaneo, non capace di reggere ai tempi lunghi e all’usura della politica. Così non è andata. Ad oggi ci si confronta ancora con questo fenomeno e si ragiona sul suo futuro a distanza di molti anni dalla prima vittoria del 28 marzo 1994.
Evidentemente quel popolo che nel 1994 dette fiducia a Silvio Berlusconi non era un popolo fittizio, messo insieme in modo posticcio per l’occasione e l’identificazione nel suo leader non era neanch’essa qualcosa di artificioso ma di più profondo.
Il popolo. Chi in politica non parla del popolo? Chi non dice di occuparsene? Chi non ne fa il suo interlocutore privilegiato? Praticamente tutti anche perché tutti, ogni qualche tempo, debbono rivolgersi al popolo per chiedergli di rinnovargli la fiducia e lo scranno conseguente. Ma la scelta di Berlusconi fu di farne un soggetto politico vero e proprio, di interpretarne gli umori e di legare la sua missione politica a una fedeltà radicale al popolo. Intendiamoci, in Italia c’è una larga parte di popolo che agli intellettuali e alla sinistra non è mai piaciuta. È un popolo considerato volgare perché parla di interessi individuali, perché parla dei problemi dell’immigrazione esibendo la sua paura, perché parla dello Stato rilevandone tutti i difetti che lo rendono un nemico potenziale per il cittadino, perché parla della guerra con realismo e senza falsità.
Il linguaggio. Berlusconi ha inventato un linguaggio nuovo per la politica italiana. Per valutarlo appieno dobbiamo fare qualche passo indietro e ricordare un discorso medio di un politico prima del 1993. I programmi politici videro la luce, in Italia, nel 1994. Prima si scrivevano e si consegnavano agli uffici pubblici in conformità alle leggi vigenti. Dopo il 1994 sono diventati motivo di scontro politico. Il linguaggio concreto, diretto, non poteva prescindere da programmi chiari fino ad assumere la forma di un Contratto con gli italiani. Non si può parlare chiaramente del nulla. Dopo un po’ l’interlocutore se ne accorge. O parli chiaro e dici qualcosa di concreto o scegli il linguaggio nebuloso tendente a nascondere il nulla. Berlusconi scelse la prima strada. La scelta ha chiaramente premiato.
Il leader. Linguaggio e popolo trovano sintesi in un leader che deve tenere nel tempo. Che, con pregi e difetti, deve dimostrarsi capace di tenere, non arretrare. Il popolo deve sentire che quel leader lo rappresenta e non demorde o cambia casacca di fronte alle difficoltà. Sembra poco ma non è così.

Basti pensare alla situazione italiana dove i leader delle parti opposte a Berlusconi sono cambiati, si sono fatti la guerra, non hanno saputo - alla fine - tenere unito un popolo.
Forza Italia vive nel Pdl. La sfida, ora, è capire quanto il Pdl sarà capace di tenere il suo popolo.

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