Nel Pdl non sarò io a frenare il rinnovamento

Io sono abituato a prendere di petto i problemi politici e a cercare di discuterli con buon senso, spirito critico e con un intento costruttivo. Per questo dico che le parole del presidente Berlusconi sul governo e sul Pdl non devono essere sottovalutate né utilizzate per un’utilità personale.
Del partito - ruolo, (...)
(...) identità, radicamento sul territorio, classe dirigente - sento parlare più o meno negli stessi termini da quando è nata Forza Italia. Nel mio ruolo di coordinatore di Forza Italia ho convissuto ininterrottamente con queste polemiche e con le accuse rivolte, dall’interno e dall’esterno, nei riguardi di un partito mai nato, dipendente esclusivamente dal suo leader, privo di radicamento territoriale e di classe dirigente.
In parte queste lamentele erano giustificate, e infatti ci hanno spronato a lavorare meglio e di più. Al punto che, fra il 2006 e il 2008, Forza Italia cominciava ad essere considerato un partito solido, addirittura più organizzato di quanto non fosse il Pd e con un nucleo di nuova classe dirigente sconosciuta a tutti gli altri partiti. Segno che anche il mio impegno (politico, culturale, organizzativo e unitario) non è stato così evanescente, come molti credevano.
Oggi si ripropongono le medesime questioni, con la differenza che nel frattempo abbiamo dato vita ad un partito unitario, frutto dell’unificazione essenzialmente di due storie, due apparati organizzativi e due classi dirigenti come quelle rappresentate da Forza Italia e Alleanza nazionale.
Come sanno gli storici, le fusioni di partiti diversi, per storia, identità e organizzazione, sono esperienze complesse, delicate, esposte sempre a possibili rigetti. Se vogliamo essere onesti e obiettivi, l’esperienza del Pdl non sfugge a questa complessità, che richiede, per essere gestita con successo, un certo grado di sapienza e di lungimiranza politica.
Da principio c’è voluto un grande impegno organizzativo per accompagnare positivamente questa unificazione. E bisogna ammettere che Denis Verdini ha svolto, insieme a Ignazio La Russa, un lavoro certosino quanto faticoso per costruire solide fondamenta al nuovo partito.
Che cosa non ha funzionato allora nel nuovo partito? Io penso che se non ci fosse stata la rottura intervenuta con Fini, il Pdl e il governo non avrebbero subito una battuta d’arresto, offrendo l’immagine di una politica litigiosa e distruttiva.
Perché è avvenuta la rottura con Fini? Era possibile scongiurarla? Queste sono le domande che in un partito democratico si dovrebbero porre, attraverso un limpido e trasparente confronto nel corso del quale ognuno si assume le proprie responsabilità. È così che si fortifica un partito e cresce una nuova classe dirigente.
Se il problema fosse quello di sostituire i tre coordinatori, sarebbe di facilissima soluzione. La mia educazione alla politica mi ha insegnato che, alla fine, si vale non solo per il ruolo che si occupa formalmente nell’organigramma di un partito, ma soprattutto per le proprie idee, per il modo di esprimerle e di farle vivere in un confronto democratico.
Di fronte al nodo rappresentato dal dissenso di Fini, l’intera classe dirigente del Pdl, interrogata e chiamata dal presidente Berlusconi in più occasioni ad esprimere un parere, ad un certo punto è stata unanime nel considerare impossibile sopportare non un dissenso ma una vera e propria opposizione sistematica all’interno del partito e contro il governo. È evidente che questo problema ha rappresentato e rappresenta un macigno sulla strada della costruzione del Pdl.
Per il futuro si propongono altri nodi politici da sciogliere, a partire dal rapporto con il nascente partito di Fini, la struttura organizzativa locale e nazionale che vogliamo dare al partito, il rinnovamento generazionale della classe dirigente del Popolo della libertà. Anche su questi problemi i dirigenti di un partito hanno il dovere di esprimere delle idee e delle proposte, se vogliono avere un ruolo e rappresentare un punto di riferimento per il futuro.
Per quanto mi riguarda, penso che dobbiamo proseguire, nonostante la rottura, l’opera che abbiamo iniziato di una ricomposizione di tutta l’area moderata del nostro Paese, dall’Udc di Casini al Fli di Fini, a condizione naturalmente che ci sia la possibilità di un confronto positivo, dell’adesione ad un’alleanza di centrodestra, seppure composta da una pluralità di forze autonome.
Sul modello organizzativo del partito, sono dell’opinione che il modello tradizionale fondato sulle tessere sia definitivamente tramontato e che sia necessario lavorare ad un impianto democratico che punti soprattutto alla valorizzazione degli amministratori locali che hanno raccolto il consenso degli elettori sulla base del proprio impegno sul territorio. Un partito quindi degli eletti a tutti i livelli, che abbiano dimostrato di superare la prova del consenso territoriale.
Riguardo alle questioni etiche e religiose, la mia posizione di cattolico si può riassumere nella necessità di stabilire un dialogo autentico tra credenti e cosiddetti laici, a partire dal valore della vita, senza tuttavia inseguire soluzioni assolute che non tengano conto della domanda di ascolto e di comprensione degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Infine, la questione di un rinnovamento generazionale della classe dirigente. È una questione aperta.

Ho fatto tanto dal momento in cui ho avuto la responsabilità della guida di Forza Italia, d’intesa costante con il presidente Berlusconi, per valorizzare i giovani, che non sarò certo io un impedimento, quando sarà necessario, all’assunzione da parte loro di ancora maggiori responsabilità politiche.

Ministro per i Beni
e le attività culturali,
coordinatore del Pdl

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