Obama nel lager di Buchenwald: «Ahmadinejad venga qui»

Le parole giuste, attese, quasi dovute. Il giorno dopo aver spalancato le braccia all’Islam, il presidente degli Stati Uniti doveva rassicurare Israele e i suoi numerosi sostenitori americani. Giovedì il Cairo, ieri Buchenwald. Giovedì un richiamo alle proprie origini musulmane, ieri la toccante testimonianza su un suo pro-zio Charlie Payne, che fu tra i liberatori del campo di concentramento, e che tornò a casa sconvolto per quel che aveva visto.
Barack Obama ha visitato Buchenwald accompagnato dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dal premio Nobel, Elie Wiesel, scampato agli aguzzini nazisti. «Chi afferma che l’Olocausto non è mai avvenuto, dovrebbe venire qui», ha affermato, rispondendo al presidente iraniano Ahmadinejad che 24 ore prima aveva negato per l’ennesima volta l’esistenza dei lager. «L’indignazione per quanto avvenuto non è diminuita», ha insistito, invitando il mondo a «rimanere vigile contro la diffusione del Male». Come dire: mai più Olocausto. Ha deposto una rosa bianca al monumento che ricorda tutte le vittime del campo di sterminio ed è rimasto qualche secondo in raccoglimento.
Tutto perfetto, eppure non è riuscito a spazzare via i dubbi. Obama non ha vissuto la giornata di ieri con la stessa intensità di quella del Cairo. E non solo a causa della stanchezza, che segnava il suo volto, rendendo più profonde le rughe e insolitamente marcate le occhiaie. Con la mente capisce e condivide la tragedia del popolo ebraico, ma il suo cuore non batte con lo stesso trasporto.
Impressioni, nient’altro che impressioni, ma rafforzate dal confronto con la Merkel che con voce rotta dall’emozione si è chiesta: «Perchè questo orrore?». E con Elie Wiesel che ha parlato a braccio e gli sono bastati 30 secondi per commuovere e trascinare, sebbene con una punta di pessimismo: «Non sono sicuro che il mondo abbia imparato».
Eppure questi sono i frangenti prediletti da Obama, che, solitamente, gli consentono di toccare facilmente l’anima altui. La scintilla, però, non si è accesa. Il tono della voce era piatto, l’aria compunta ma artefatta. Un leader non dice: «Non dimenticherò mai questo posto», leggendo una dichiarazione scritta. La improvvisa e se proprio non ne è capace finge che sia personale, intima, imprevista.
La Cnn a chiusura del collegamento dalla Germania, ha mandato in onda i passaggi più significativi del suo intervento del Cairo. E anche questo paragone non lo ha aiutato. Quello era un Obama coinvolgente ed ispirato, questo un Obama che dava l’impressione di adempiere a un dovere.
Sebbene gli spin doctor abbiano fatto di tutto per far passare il messaggio, i cittadini di Gerusalemme e Tel Aviv hanno iniziato il riposo del sabato chiedendosi se il nuovo capo della Casa Bianca sia davvero amico dello Stato ebraico. Sei israeliani su dieci pensano di no e sono pronti a resistere alle sue pressioni.
Forse sbagliano, forse Barack è davvero il presidente capace se non di risolvere il problema palestinese, perlomeno di ricondurlo su un sentiero di pace, sebbene al prezzo di «duri compromessi». Di certo non potrà limitarsi a pronunciare discorsi simbolici, per quanto seducenti. Dovrà dimostrare di avere un piano, una strategia e di saperla imporre. A Dresda, dove si è incontrato con la Merkel prima di raggiungere Buchenwald, ha promesso «progressi concreti in Medio Oriente entro la fine dell’anno», ma non ha fornito dettagli. Affascinante ed elusivo, come sempre.


Ma ha incassato il sostegno della Germania, smentendo le voci di tensioni tra i due governi. Barack è il profeta del cambiamento e Angela lo sostiene. O, perlomeno, così ci assicurano.
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