Se Pechino difende la globalizzazione

La vera sfida non è tanto resistere alla globalizzazione cinese, ma proporre un modello nuovo

Se Pechino difende la globalizzazione
00:00 00:00

Qualche giorno fa a Pechino c'erano tutti. Il capo di Apple Tim Cook, il Ceo di Qualcomm, Pascal Soriot di AstraZeneca, Amin Nasser del colosso Saudi Aramco e persino il senatore americano del Partito repubblicano Steve Daines. Dozzine di amministratori delegati sono volati nella capitale cinese per partecipare al China Development Forum, un meeting creato dalla repubblica popolare nel 2000 per facilitare l'interscambio col mondo. Tra i temi più discussi le guerre commerciali. Ma al di là degli allarmi sulla stabilità globale vale la pena concentrarsi su alcuni passaggi del discorso del premier cinese Li Qiang: «Implementeremo politiche macroeconomiche più attive e promettenti e introdurremo nuove politiche incrementali», ma soprattutto l'invito ai presenti ad essere «fervidi difensori e promotori della globalizzazione capaci di resistere all'unilateralismo e al protezionismo». Una bordata alla nuova amministrazione Trump e una chiara indicazione di cosa Pechino vorrebbe dal mondo. Ma l'intervento di Qiang nasconde anche una profonda insidia.

Lasciare che il concetto di «globalizzazione» resti nelle mani di Pechino è rischioso e questo per almeno due ragioni. La prima ha a che fare con la grande ritirata che l'amministrazione americana sta portando avanti. La Casa Bianca di Donald Trump e JD Vance mescola un grezzo eccezionalismo americano all'isolazionismo allargando in maniera siderale la distanza tra le due sponde dell'Atlantico e lasciando l'Europa da sola. Il secondo rischio è cosa intenda davvero Pechino per «globalizzazione». La Repubblica popolare riprogramma ogni cosa secondo la sua personale visione e così anche la globalizzazione diventa un fenomeno «con caratteristiche cinesi». Viene quindi spontaneo chiedersi a cosa pensino esattamente Qiang e il partito comunista. Per Pechino la globalizzazione ha voluto dire crescita economica tumultuosa almeno fino alla pandemia. Un boom avvenuto a discapito di un pezzo di mondo rimasto indietro (e su questo grosse fette di Rust Belt americana hanno molto da insegnare) e di una omologazione che ha reso tutti più consumatori e meno cittadini.

Ma c'è anche il rischio di abbagli. Nello stesso discorso il premier ha detto: «Nel mondo d'oggi con crescente instabilità e incertezza, è necessario che i Paesi aprano i loro mercati e le loro imprese». Viene da chiedersi come questo si concili con l'idea di «doppia circolazione» delineata qualche anno fa per irrobustire il mercato interno cinese, renderlo meno dipendente da esportazioni e shock globali e capace di assorbire parte della produzione interna.

La vera sfida non è tanto resistere alla globalizzazione cinese, ma proporre un modello nuovo.

Un sistema di rapporti economici e politici in grado di resistere al fascino del proibizionismo, ma anche capace di eliminare le distorsioni del neoliberismo fatto di disuguaglianze, omologazione e disgregazione del tessuto sociale. Una sfida sicuramente complessa, ma affascinante perché unica, come unico è il momento storico in cui questa deve avvenire.

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica