Oltre lo schermo

Ansia, distrazione, dipendenza: i pericoli di un uso eccessivo e i trucchi per evitarli

Oltre lo schermo
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Dice Richard Cytowic che gli schermi sono come il fumo passivo: «Non possiamo fare a meno di guardarli, come ci si accorge stando seduti in una sala d'attesa, o in un aeroporto...». Il fatto è che gli schermi «esigono di essere guardati, e perfino sforzarsi di non farlo succhia energie, impoverendo quel quantitativo ristretto di cui disponiamo. Il risultato sono stanchezza, sfinimento e fastidio». Cytowic è un neurologo americano celebre per i suoi studi sulla sinestesia e per i suoi Ted Talk sulle percezioni del nostro cervello. Insegna neurologia all'Università George Washington e raccontato ciò che ha imparato sul rapporto fra il nostro cervello e gli strumenti digitali in un saggio tanto interessante quanto allarmante: Un cervello dell'età della pietra nell'era degli schermi. Affrontare distrazione e ansia senza farsi travolgere (edito da Apogeo).

Che cosa significa che abbiamo un cervello dell'età della pietra? «Molti si sorprendono del fatto che per il cervello ci sia un quantitativo fisso di energia disponibile che nessuna dieta, sudoku o esercizio fisico può aumentare - risponde Cytowic - E la cosa più dispendiosa è continuare a spostare l'attenzione da una parte all'altra, ovvero proprio ciò che gli schermi provocano costantemente». Insomma pensiamo al biologico, allo yoga e agli zuccheri ma non riflettiamo «sulla spazzatura mentale che ingeriamo attraverso i nostri sensi». Perché il nostro cervello è così attratto dalle distrazioni? Bisogna sempre tornare all'età della pietra, quando un movimento nella savana immobile poteva significare la morte. Risultato: «Il cervello è un rilevatore di cambiamenti che risponde a ogni novità nell'ambiente circostante. Lo scroll infinito sul telefono è un esempio perfetto di come la nostra attenzione venga catturata, senza che alcun segnale ci dica di fermarci. Ecco perché gli schermi ci seducono e ci distraggono così facilmente». Ed ecco perché, da strumento, aiuto e svago, le tecnologie possono diventare una dipendenza: «Rapiscono la nostra attenzione e ci tengono incollati. Serve un grande sforzo per liberarsene: è una ossessione, gli utenti si sentono costretti a reiterare il loro comportamento». Nel libro, Cytowic insegna alcune strategie e mette in guardia dai rischi (qui accanto trovate una serie di esempi).

Ma il discorso, pur affascinante, non è un po' troppo allarmista? «No - risponde Cytowic - Non siamo allarmisti abbastanza. La tecnologia è meravigliosa ma dobbiamo usarla in modo saggio e lasciarci periodi e spazi per rallentare e pensare».

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