Il Covid "salva" la Pelosi. Niente visita a Taiwan

Mai il Covid è stato così diplomatico e forse provvidenziale. È stato il virus che l'ha colpita a impedire in extremis la missione in Asia della speaker del congresso Usa Nancy Pelosi.

Il Covid "salva" la Pelosi. Niente visita a Taiwan

Mai il Covid è stato così diplomatico e forse provvidenziale. È stato il virus che l'ha colpita a impedire in extremis la missione in Asia della speaker del congresso Usa Nancy Pelosi. «La missione è stata posticipata», ha annunciato ieri la portavoce della Pelosi, senza specificare se, come anticipato dalla stampa, tra le tappe del viaggio ci fosse, oltre al Giappone e alla Corea del Sud, anche Taiwan. Destinazione quest'ultima mai ufficialmente confermata da Washington ma per la quale c'era anche una data già programmata, domenica prossima.

La visita della Pelosi a Taiwan, infatti, la prima di uno speaker americano dopo quella di Newt Gingrich nel 1997, esattamente un quarto di secolo fa, non è un evento banale. Si tratta di uno Stato che non è riconosciuto dalla gran parte della comunità internazionale perché da decenni rivendica di essere la «vera» Cina, laddove Pechino invece ritiene l'isola una propria provincia ribelle con la quale prima o poi dovrà avvenire la riunificazione, anche con la forza. In definitiva chi dialoga con Taipei si inimica Pechino, e in questo momento geopoliticamente delicatissimo non è proprio il caso di provocare l'amministrazione di Xi Jinping. Soprattutto perché molti analisti internazionali intravedono molte analogie tra Taiwan e l'Ucraina, immaginando che l'aggressione russa all'ex repubblica sovietica possa aprire la strada a un'invasione cinese dell'isola. Il parallelismo è fondamentalmente rifiutato da Pechino, secondo cui «il caso di Taipei è fondamentalmente diverso da quello ucraino».

Insomma, non saranno pochi coloro che ieri, messi al corrente della positività al Covid della Pelosi e dell'annullamento del suo viaggio asiatico, avranno tirato un sospiro di sollievo vedendo sbianchettato un ulteriore motivo di tensione dello scenario internazionale.

La Cina non aveva mascherato il suo disappunto (eufemismo) per il dispetto della Pelosi, minacciando «misure risolute e energiche per difendere fermamente la sovranità nazionale e l'integrità territoriale e gli Stati Uniti dovranno essere pienamente responsabili di tutte le conseguenze», come aveva detto il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian. «Gli Stati Uniti non devono giocare con il fuoco», il monito finale.

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