E il Nobel Vargas Llosa stroncò Dario Fo: "Cultura light, di moda"

Nel 2013 il romanziere scrisse sarcastico: "Warhol sta a Van Gogh come Fo a Cechov"

E il Nobel Vargas Llosa stroncò Dario Fo: "Cultura light, di moda"

Nel 2013, il premio Nobel per la letteratura Mario Vargas Llosa ha pubblicato un pamphlet, La civiltà dello spettacolo (Einaudi), per annunciare che in campo culturale era scoccata l'ora dei saltimbanchi.

Scriveva il romanziere: «La nostra epoca, in accordo con l'inflessibile pressione della cultura dominante, che privilegia l'ingegno rispetto all'intelligenza, le immagini rispetto alle idee, lo humour rispetto alla gravità, la banalità rispetto alla profondità e la frivolezza rispetto alla serietà non produce più artisti come Ingmar Bergman, Luchino Visconti o Luis Buñuel».

Per non restare nel vago, seguivano nomi e cognomi tra i quali spiccava l'ultimo Nobel italiano: «Chi è proclamato icona del cinema ai nostri giorni? Woody Allen, che sta a David Lean o a Orson Welles come Andy Warhol sta a Gauguin o Van Gogh nella pittura, o Dario Fo a Cechov o a Ibsen nel teatro». Come stroncatura, non c'è male. Vargas Llosa la inseriva nel contesto generale: la cultura è stata portata alle masse, peccato sia diventata leggera fino all'inconsistenza. Ad come Allen, Warhol e Fo si chiede intrattenimento intelligente e niente più. La grande arte è un'altra cosa. Si può dissentire sui singoli nomi ma l'analisi è interessante.

Ora l'elenco di Vargas Llosa si può aggiornare: «come Bob Dylan sta a Eugenio Montale e Samuel Beckett nella letteratura». L'Accademia di Svezia, conferendo il Nobel per la letteratura a un (grande) cantante, ha quindi cercato di sposare lo spirito dei tempi. Bella mossa, pubblicità assicurata. A Stoccolma hanno fatto centro: ma avranno anche reso un buon servizio alla letteratura che vorrebbero onorare? Come è noto, molti scrittori si sono risentiti a causa di questa decisione, dall'italiano Alessandro Baricco allo scozzese Irvine Welsh. Alcuni hanno risposto con un'ironia più o meno amara, come il giapponese Murakami Haruki o lo statunitense Jonathan Franzen. Nei Social network si discute animatamente. La spaccatura è netta. Ma la scelta non dovrebbe sorprendere, proprio per i motivi esposti brillantemente da Vargas Llosa.

L'intento di sottrarre la cultura alle élite per portarla al popolo poteva anche essere nobile ma qualcuno ha fatto il furbo e ne ha approfittato per sdoganare la superficialità. La cultura light è un tranello: trasmette al pubblico l'impressione fallace di essere all'avanguardia ma è soltanto alla moda. La cultura light quasi sempre si presenta come fenomeno di rottura anche se in realtà alimenta il conformismo. Lo sappiamo bene in Italia, dove si proclamano trasgressivi anche e soprattutto coloro che detengono il potere culturale. Criticare la società aperta, come risaputo da ogni uomo di marketing culturale, vende e fa vendere. Il ribelle anti-borghese è a suo agio ovunque si trovi: tra gli scaffali, in forma di pamphlet; in televisione, nelle vesti di opinionista; ai festival, come oratore di richiamo; a teatro e al cinema, come attore al servizio dei «giusti» valori. Il ribelle anti-borghese canta la liberazione dell'uomo attraverso la liberazione dalla logica del profitto, rampogna la ricchezza che insudicia le coscienze, predica l'uguaglianza. Nel frattempo, se è bravo, incassa consenso (e non solo).

Per tornare ancora una volta a Vargas Llosa, la figura tradizionale dell'intellettuale è tramontata, non solo perché noiosa ma anche per i suoi errori, primo fra tutti appoggiare i vari totalitarismi del XX secolo. L'intellettuale non ispira più alcuna fiducia. Il comico è il nuovo maître à penser, come stiamo vedendo anche nella campagna referendaria in corso dove si rincorre il parere di Roberto Benigni. Che un comico, Beppe Grillo, sia titolare di un marchio di successo in politica, e che tra i numi di tale marchio ci fosse un comico (e molto altro, certo) da sempre «ribelle», Dario Fo, ci dice che anche la politica ha sterzato verso l'intrattenimento.

Dobbiamo dunque rassegnarci? Certo che no. Nel mercato c'è spazio per tutti. È questa la sua bellezza, che i «ribelli» non vedono anche se ne godono.

Si possono fare ancora grande letteratura, grande arte, grande critica: roba concepita per durare in eterno e non per servire una causa, fosse anche quella di strappare risate. Basta non pretendere di andare in classifica o vincere il Nobel.

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