
I punti chiave
- 1. Cosa intende, il Presidente, quando dice che «la Ue ha la forza per interloquire con calma e autorevolezza per contrastare una scelta così immotivata come i dazi»?
- 2. Come è possibile per la Ue, lacerata e divisa, trovare la compattezza che Mattarella ritiene necessaria per «interloquire con calma, ma anche con determinazione»?
- 3. Cosa intende poi Mattarella quando sostiene la necessità di «processi decisionali più veloci». Per i quali l'Europa «ha bisogno di aggiornarsi».
- 4. Cosa intende il Presidente quando dice «la risposta non sono i dazi, ma le regole da far rispettare»?
Sergio Mattarella sprona l'Unione Europea a reagire ai dazi. E lo fa alludendo sia a misure diverse dall'applicazione di schemi da legge del taglione; sia a metodi più consoni alla storia e alla cultura liberal democratica del Vecchio Continente. Mattarella non entra nel merito. E dunque, posto che non si può avere la presunzione di spiegare le sue parole, ecco alcune possibili interpretazioni in chiave economica.
1. Cosa intende, il Presidente, quando dice che «la Ue ha la forza per interloquire con calma e autorevolezza per contrastare una scelta così immotivata come i dazi»?
Il messaggio sembra rivolto agli Stati membri nella loro unitaria totalità. Nello spirito europeista che ispira da sempre il Colle, la «forza» a cui accenna Mattarella è quella dei 27 uniti, maggiore di ogni altra possibile combinazione. In altri termini sembra un invito a non farsi attirare, da chi propone i dazi, nella trappola di negoziazioni singole o bilaterali o comunque parziali. Dev'essere l'Unione Europea a trattare con ogni interlocutore, parlando con una voce sola e con la «forza» della ragione dalla sua, di fronte a «una scelta così immotivata».
2. Come è possibile per la Ue, lacerata e divisa, trovare la compattezza che Mattarella ritiene necessaria per «interloquire con calma, ma anche con determinazione»?
Al di là del messaggio politico, si può intravvedere anche una declinazione economica: i dazi colpiscono infatti per due principali conseguenze. La prima, diretta, è quella sulle tariffe. Ma la seconda, indiretta, può essere anche più letale ed è l'incertezza che si crea sui mercati dei prodotti e finanziari. Ecco allora che calma e autorevolezza sono forse venute meno in questi ultimi 3-4 mesi. Meno si parla, soprattutto se a caldo e in ordine sparso, meglio è. (A chi fa il cronista viene per esempio in mente l'allarme sui dazi lanciato dalla presidente della Bce, Christine Lagarde, già il 22 novembre scorso, quando Trump non era ancora entrato alla Casa Bianca, e poi ripetuti in varie occasioni. Dichiarazioni, tra l'altro, fuori mandato, visto che la Bce si occupa di politica monetaria e non fiscale).
3. Cosa intende poi Mattarella quando sostiene la necessità di «processi decisionali più veloci». Per i quali l'Europa «ha bisogno di aggiornarsi».
Anche qui il tema è politico. Ma la ricaduta economica esiste ed è una conseguenza del metodo: forse, invece di rispondere ai dazi con altri dazi, sarebbe più utile una riforma della governance Ue che permetta, in casi come questi, di prendere decisioni immediate ed efficaci senza il vincolo dell'unanimità. In chiave economica avrebbe senz'altro un forte effetto di deterrenza.
4. Cosa intende il Presidente quando dice «la risposta non sono i dazi, ma le regole da far rispettare»?
Il tema che tocca Mattarella è forse quello fondamentale nel contrasto alle politiche protezioniste. E non è solo una questione che riguarda Donald Trump, bensì vale per tutti. I riferimenti possibili sono tanti. Per esempio le regole sulla proprietà intellettuale, che riguardano in particolare la Cina, dovrebbero rappresentare una forma di difesa non armata che al momento è molto debole. C'è poi la questione delle regole sul commercio internazionale, quelle del WTO (organizzazione mondiale del commercio), la cui latitanza è sotto gli occhi di tutti. Importante è anche il tema della concorrenza, dove le regole Antitrust non sempre sono applicate o aggiornate rispetto ai progressi tecnologici e ai mutamenti di mercato. Infine c'è il lato fiscale, dove l'Europa potrebbe operare verso l'estero senza bisogno di ricorrere a nuove tariffe. Si pensi alla frammentazione fiscale tra i vari Stati membri, per cui una società extra Ue (e non solo) che scelga di sbarcare in Europa può scegliere il regime fiscale che più preferisce.
Magari in nazioni come Lussemburgo, Olanda o Irlanda. E si pensi di conseguenza alle scelte dei Big Tech americani (i big tech di Wall Street), che finiscono spesso con il pagare imposte irrisorie sui profitti generati nei Paesi europei.
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