Dazi, governo irritato: adesso Donald sta esagerando. E la Lega è assalita dai primi dubbi

Il ministro Urso è preoccupato: "Siamo vincolati alla Commissione europea". Tajani: "Difenderemo le nostre imprese"

Dazi, governo irritato: adesso Donald sta esagerando. E la Lega è assalita dai primi dubbi

C'è chi getta acqua sul fuoco, chi spera ancora che siano solo episodi di folklore trumpiano, ma in un governo che ha molto puntato sulla nuova amministrazione americana, con la premier che si è proposta come ponte tra l'America e l'Europa e un vicepremier che è diventato un tifoso sfegatato MAGA (l'acronimo del movimento di Trump), un po' di imbarazzo c'è. A parte il cambio di alleanze di The Donald sull'Ucraina, ora sul tappeto ci sono il 25% di dazi su tutto l'export europeo, il rischio ventilato a Bruxelles che Washington faccia tassi variabili tra un paese e l'altro per dividere la Ue e, ancora, i toni duri, per non dire sgarbati del braccio destro di Musk in Italia, Andrea Stroppa, per due emendamenti di garanzia che hanno visto d'accordo maggioranza e opposizione sulla legge sullo spazio che sta molto a cuore al miliardario americano. «Si vuole far passare Starlink e SpaceX per cattivi» ha twittato l'uomo di Elon «agli amici di fratelli d'Italia: evitate di chiamarci per conferenze o altro».

Per ora Giorgia Meloni si tiene defilata dalle polemiche, ufficiosamente Palazzo Chigi predica prudenza, anche se un po' di fastidio serpeggia. Tant'è che con qualcuno dei suoi la premier ha scherzato con un pizzico di ironia sull'ambasciatore in Italia di Starlink: «Abbiamo un nuovo grande personaggio».

Nessuno si nasconde però che, a parte Musk, la situazione è delicata e il nuovo padrone di Washington imprevedibile. Il ministro Urso (foto) è preoccupato con ragione: siamo il quarto paese al mondo per export, nella bilancia commerciale Stati Uniti ed Europa veniamo dietro solo alla Germania e la legge sullo spazio è una sua creatura. Né tantomeno l'ipotesi che all'Italia Trump faccia un trattamento di favore è rassicurante: un'operazione del genere renderebbe chiara la volontà del tycoon di spaccare l'Europa e in ogni caso il governo di Roma dovrebbe adeguarsi alla risposta europea. «Gli Stati Uniti possono decidere - ragiona - dazi diversi tra un paese europeo e l'altro. Penalizzare dei prodotti che stanno più a cuore ad un paese che ad un altro. E magari favorire questo o quel Paese chessò per affinità politica. Tecnicamente è possibile. Biden nell'ultima settimana del suo governo bloccò l'esportazione di prodotti di microelettronica verso alcuni paesi europei e verso altri, tra cui noi, no. Ma bisogna essere chiari: la politica commerciale da decenni è di esclusiva competenza della Commissione europea. Se quest'ultima avanza una proposta di risposta ai dazi di Trump non possiamo sottrarci. Non scherziamo, siamo vincolati».

Nessuno lo dice apertamente ma anche nel governo europeo più aperto verso Trump c'è chi comincia a pensare che Washington stia esagerando. «Io - osserva ancora Urso sulla polemica con l'uomo di Musk - sul provvedimento sullo spazio rispondo solo in Parlamento, ma rispetto alle polemiche mi viene da dire che nei due emendamenti presentati dal Pd venivano riportati solo due concetti espressi dalla Meloni alla Camera. Come pure del progetto di una costellazione nazionale avevo già parlato nelle relazioni che ho fatto prima di dar vita al provvedimento. I documenti vanno letti! Pensare che Report mi aveva accusato di fare una legge a favore di Trump lasciamo stare».

L'aria a Roma si è fatta frizzantina. Anche il Quirinale guarda le mosse del governo. Più Trump tira la corda e più la scelta tra Washington e Bruxelles si avvicina. La premier farà di tutto per evitarla, ma se le due sponde dell'Atlantico si allontanano c'è il rischio che ponte Meloni rischi di crollare. Non per nulla nel governo c'è chi spinge a guardare da un'altra parte. «Sui dazi - spiega il ministro degli Esteri, Antonio Tajani - dobbiamo difendere le nostre imprese. Spero che con il governo tedesco si possa consolidare ulteriormente il mercato unico europeo».

E l'altro vicepresidente? Quel Matteo Salvini che è più trumpiano di Trump. Lui non cambia spartito, ma dentro la Lega il malumore cresce. «L'uscita dell'uomo di Musk - è lo sfogo confidenziale in un angolo di Montecitorio del capogruppo Molinari - è inquietante, inquietante. Non so cosa ci sia dietro. Come pure tutte le uscite di Trump dovrebbero far riflettere».

L'unico che non ha dubbi è Salvini. «Il problema è - va avanti nel suo sfogo Molinari - che la politica estera la fa solo lui anche se il 90% del partito non la condivide. E purtroppo le conseguenze della politica trumpiana non ricadono sui partiti ma sul Paese. Quando Trump ci farà male, perché ci farà male visto che al di là del supposto rapporto privilegiato con la Meloni lui fa solo i suoi interessi, la colpa la daranno a noi leghisti che siamo stati solo ad agitare le mani, a fargli da cheerleader».

Già, i dubbi del Carroccio.

«E pensare - sospira Molinari - che il nuovo cancelliere tedesco sarebbe il nostro interlocutore naturale. Il peccato originale è nella scelta che abbiamo fatto qualche anno fa: alcuni di noi avrebbero voluto occupare lo spazio dei popolari, guardare al Ppe. Lui invece si è buttato con i fascisti».

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