I "compiti" del governo: Pnrr, crisi delle imprese e la mina dell'inflazione

Draghi ritiene compiuta la sua "missione". Confindustria avverte: "Crescita a rischio"

I "compiti" del governo: Pnrr, crisi delle imprese e la mina dell'inflazione

«Se si continua a crescere la preoccupazione dello spread è minore. La crescita è il barometro di credibilità del nostro Paese: a questo bisogna puntare». Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa di fine anno ha sottolineato che il principale risultato della propria azione politica, oltre al successo della campagna vaccinale, è stato il rilancio economico del Paese. «Abbiamo consegnato in tempo il Pnrr e raggiunto i 51 obiettivi; abbiamo creato le condizioni perché il lavoro sul Pnrr continui», ha sottolineato proprio nel momento in cui a Bruxelles il commissario Ue agli Affari economici dava il via libera alla prima rata da 24 miliardi per l'Italia (dopo l'anticipo da 24,9 miliardi di agosto).

«Il governo ha creato queste condizioni indipendentemente da chi ci sarà (alla guida, ndr): l'importante è che il governo sia sostenuto da una maggioranza come quella che ha sostenuto questo governo», ha rimarcato.

Ma la politica e l'economia italiana possono permettersi di inserire il pilota automatico senza la presenza di un premier così autorevole? Non è detto che la risposta sia affermativa non solo per una motivazione puramente politica secondo cui senza lo standing internazionale di Draghi sarebbe difficile tenere insieme il giorno e la notte come sta riuscendo a lui. Basti pensare allo stesso Pnrr che nel primo semestre 2022 richiede il raggiungimento di 47 obiettivi per ottenere la seconda rata da 24 miliardi a fine giugno. La stabilità delle guida e l'unità di intenti è una precondizione per conseguire i target.

Tanto più che il quadro macroeconomico comincia a scricchiolare. Secondo il Centro studi Confindustria «nel quarto trimestre si conferma una frenata dell'economia italiana: preoccupano la scarsità di commodity, i prezzi alti dell'energia, i margini erosi, l'aumento dei contagi». Ecco perché per Viale dell'Astronomia «crescono i rischi per la risalita del Pil». Ora Draghi ha assicurato che «la Commissione europea sta lavorando ma dobbiamo lavorare anche a livello nazionale» e se occorrerà, ci sarà un sostegno per famiglie e imprese «oltre quello che è stato deciso».

Ma come conciliare l'eventuale nuovo deficit con una governance dell'Unione europea, la cui modifica è ancora in fieri? Il premier ha specificato che «l'Italia farà sentire la propria voce» ma se una voce chiara e ascoltata c'è, quella è proprio la sua. Tanto più che la Bce è chiamata, soprattutto dalla Germania e dai Paesi «frugali», a ridurre gli acquisti di titoli di Stato proprio per evitare l'incremento dell'inflazione. Anche se l'Italia è destinata a ridurre il rapporto debito/Pil, ora attorno al 155%, c'è da coniugare questa transizione con un set di regole che non lasciano completamente tranquilli. A partire proprio dal Mes, il Meccanismo europeo di stabilità (o Fondo salva-Stati) del quale il ministro dell'Economia, Daniele Franco, ieri ha annunciato la prossima presentazione del ddl di ratifica. Il Fondo è destinato a intervenire anche nella risoluzione delle crisi bancarie. Ma la sua nuova regolamentazione può consentirgli di accelerare la ristrutturazione del debito (cioè il default) dei Paesi che ne richiedono l'aiuto.

«La pandemia ha cambiato molto le regole sugli aiuti di Stato, non solo quelle di bilancio. Non credo dunque che anche sul fronte Mps ci siano difficoltà», ha detto Draghi a proposito della critica situazione del Monte per il quale sarà necessario chiedere una proroga rispetto al piano di privatizzazione concordato con Bce e Commissione Ue.

E lo stesso vale per i 69 tavoli di crisi aperti al ministero dello sviluppo rispetto ai quali il ministro Giancarlo Giorgetti ieri ha specificato che «nel corso del secondo semestre 2021 si sono svolti 38 incontri relativi a 25 imprese» e che «si continuerà a seguire con il massimo impegno tutte le vertenze per garantire la salvaguardia dei lavoratori coinvolti». Anche in questo caso cambiare governo vuol dire allungare i tempi e perdere migliaia di posti di lavoro.

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