
Chissà se all'ONU pensavano all'effetto-Trump sugli equilibri globali quando hanno proclamato il 2025 «Anno della Meccanica Quantistica». Cento anni fa è iniziata una rivoluzione che ha cambiato per sempre il nostro modo di leggere la natura. Oggi tocca alla politica: anche le relazioni internazionali si muovono in una sovrapposizione di scenari possibili, che collassano in una traiettoria dominante solo quando eventi, decisioni o narrazioni spostano l'equilibrio.
Si veda il conflitto in Ucraina: all'inizio convivevano esiti contrapposti vittoria russa, resistenza prolungata, escalation globale. La guerra comunicativa ha fatto collassare questa pluralità verso una traiettoria dominante, che prefigura la narrazione neo-imperiale russa. Putin si muove secondo logiche fluide. Lo ha fatto con la Crimea, poi con il Donbass e infine con l'invasione del 2022. Una parte dell'Europa occidentale in particolare Berlino e Parigi, all'inizio ha a lungo sperato che l'interdipendenza economica potesse contenerlo. È stata una lettura errata: quell'approccio ha finito per rafforzare la postura aggressiva del Cremlino. Mosca condiziona ora il rispetto dell'accordo sulla tregua, abbozzato a Riad, alla revoca di alcune sanzioni occidentale.
Ma è Trump a incarnare nel modo più brutale la rottura con il vecchio ordine. La traiettoria strategica americana si sposta dall'asse atlantico verso l'Indo-Pacifico, nel tentativo di contenere l'ascesa cinese, che intanto accelera il riarmo navale. Allo stesso tempo, Washington mantiene aperti più scenari, interconnessi tra loro: dall'Ucraina al Medio Oriente, fino al Mar Cinese Meridionale.
L'Unione Europea, animale nato in cattività, ha capito che è arrivato il momento di imparare a cacciare da sola, se non vuole soccombere. In questo quadro si inserisce anche il riavvicinamento al Regno Unito. Al vertice di Parigi, il premier Starmer ha mostrato di cogliere a fondo la natura fluida e ibrida della strategia del Cremlino, in linea con l'antico sogno russo di separare l'Europa dal mondo anglo-americano, fino a negare il concetto stesso di Occidente.
In risposta, l'Europa riorienta la propria strategia di sicurezza. Iniziative come il programma Rearm Europe, volto a rafforzare la base industriale della difesa attraverso acquisti congiunti, dimostrano che una convergenza strategica è possibile. Ma la coesione non esclude anzi richiede realismo politico e spirito di competizione. La Francia, ad esempio, lavora per orientare la difesa comune anche a beneficio della propria industria nazionale, con una visione che intreccia dimensione strategica e interessi industriali.
Anche l'Italia è nelle condizioni per potenza industriale, sviluppo scientifico e determinazione politica di giocare un ruolo attivo. E può farlo con pari dignità, nel quadro costituzionale che consente impegni militari solo all'interno di intese internazionali legittimate. In forza di questi stessi principi e grazie alla nostra esperienza tecnica e politica, possiamo contribuire allo sviluppo di un'Unione Europea a cerchi concentrici o a due velocità, in cui i Paesi più avanzati trainano gli altri generando sinergie selettive.
Le visioni statiche, meccanicistiche o ideologiche delle istituzioni e dello spazio pubblico hanno fatto il loro tempo.
Abbiamo la cultura e gli strumenti per interpretare il cambiamento senza rinunciare ai nostri principi fondamentali. In gioco non c'è solo l'interesse nazionale, ma la sopravvivenza stessa del progetto europeo e atlantico e con esso, dell'intero spazio occidentale di libertà e sicurezza.
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