Ora l'Ungheria vota per l'immigrExit

I cittadini magiari chiamati a dire sì o no sulle quote-rifugiati della Ue

Francesco De Palo

ImmigrExit dopo il Brexit? L'Ungheria di Orban va al voto sulle quote di rifugiati. Dopo il referendum proposto dal Regno Unito sullo sganciamento dall'Unione Europea, il prossimo 2 ottobre sarà la volta dell'Ungheria. I cittadini magiari decideranno se accettare la proposta comunitaria sulla distribuzione europea dei rifugiati negli Stati membri, come annunciato dal presidente Janos Ader. Nella consultazione risponderanno al quesito: «Vuoi che l'Unione europea abbia il diritto di prescrivere il tentativo obbligatorio di ingresso dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del parlamento?». Un quesito che, posto così, difficilmente raccoglierà un coro di sì.

L'Ue ha deciso lo scorso settembre di riassegnare un totale di 160mila profughi dai principali paesi di arrivo (Italia e la Grecia) a tutti gli altri Stati membri, ma Orban ha fatto ricorso (per i 2300 che toccherebbero all'Ungheria) dinanzi alla Corte di Giustizia Europea, spalleggiato dal cosiddetto gruppo Visegrad (Cechia, Polonia e Slovacchia).

Incoraggiato dal voto della Gran Bretagna per uscire dall'Unione europea, il primo ministro Viktor Orban (che definisce la decisione un gesto di indipendenza) in queste settimane è andato avanti sulla strada della consultazione popolare, dopo l'assunzione di una posizione fortemente anti-immigrazione sin da prima che scoppiassero i casi di Idomeni e di Calais. Lo scorso anno infatti ha eretto una recinzione di filo spinato sul confine meridionale del paese con Serbia e Croazia per tenere fuori gli immigrati. Lo schema di ricollocazione dei migranti elaborato da Bruxelles è nato dopo che più di un milione di persone sono entrate il blocco tra Grecia e Italia, la maggior parte con l'intenzione di stabilirsi in Germania e in altri paesi del versante settentrionale.

Ma Budapest ragiona anche sul binomio immigrazione-terrorismo. Poco meno di un mese fa il Parlamento ungherese ha approvato a maggioranza una modifica ai poteri dello Stato in caso di gravi emergenze come quella legata all'Isis, tra cui una maggiore sorveglianza pubblica e un più ampio uso dell'esercito. La norma è entrata in vigore lo scorso 1 luglio.

Il comma in questione permette al governo di inserire un nuovo concetto giuridico: ovvero dichiarare lo «stato di emergenza per terrorismo». Così da avere la possibilità di applicare misure straordinarie per un massimo di 15 giorni, previa approvazione dei due terzi del Parlamento. I piani consentiranno la detenzione prolungata dei sospetti, l'espulsione immediata degli stranieri e la chiusura delle frontiere. Previsto anche l'uso di militari all'interno dei confini nazionali, cosa che attualmente non è consentita se la polizia o altre agenzie di sicurezza sono ritenute in grado di rispondere alla minaccia. E se nel frattempo Amnesty International ha definito la legge «un attacco ai diritti umani», il governo ricorda ai suoi detrattori che proprio in occasione dei massacri al Bataclan e a Bruxelles alcune cellule terroristiche hanno sfruttato la permeabilità dei confini greci ed italiani per fare la spola tra le due sponde dell'Adriatico.

Un passaggio che è stato sottolineato 60 giorni fa anche dal colonnello Manuel Navarrete, da quest'anno a capo del neonato Centro europeo contro il terrorismo (Ectc).

Il militare ha deciso l'invio di alcuni specialisti del terrorismo negli hotspot in Italia e Grecia, «per aiutare le autorità italiane e greche a identificare potenziali terroristi, persone che, avendo l'opportunità di usare il flusso di migliaia di rifugiati che arrivano in Europa, possano infiltrarsi tra di loro ed entrare».

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