Da Renzi a Bersani, passando per Veltroni. Tutte le volte che il Pd ha nominato un commissario

L'ultimo commissario è Matteo Orfini, nominato per salvare la faccia del Pd romano. Ma la storia dem è piena di queste figure, chiamate a mettere le pezze alle divisioni interne o agli scandali

Da Renzi a Bersani, passando per Veltroni. Tutte le volte che il Pd ha nominato un commissario

L'ultimo risolutore si chiama Matteo Orfini. Nominato commissario da Matteo Renzi per salvare la faccia del Pd romano dopo gli scandali della cupola spolverati dalla magistratura capitolina. Di sicuro è il primo "risolutore" scelto dal segretario democratico attuale. Ma di queste figure la storia del Pd è piena. Sin dalle sue origini. Chiamatelo uomo forte o Signor Wolf (citando il celebre personaggio di Pulp fiction interpretato da Harvey Keitel), ma la verità è che non sempre è bastato un commissario a risolvere i problemi.

Walter Veltroni nominò e inviò Achille Passoni in Sardegna a fine 2008 dopo le dimissioni della segretaria Francesca Barracciu. L’allora senatore aveva ricevuto come mandato quello di sedare le divisioni del partito isolano dopo le dimissioni del governatore Renato Soru, intenzionato a ricandidarsi. Un lavoro "sporco" e incompiuto, dato che quelle vicende ebbero conseguenze nefaste per tutto il partito (si vedano le dimissioni di Veltroni dopo la sconfitta elettorale in Sardegna). In Abruzzo, sempre nello stesso anno, dopo lo tsunami provocato dall'arresto del segretario regionale del Pd Luciano D'Alfonso, Veltroni inviò Massimo Brutti per ricostruire il partito. A Napoli, nel 2009, in seguito alle dimissioni di Luigi Nicolais dalla carica di segretario provinciale, fu la volta del senatore Enrico Morando, nominato commissario del Pd napoletano.

A Roma, poi, la figura del commissario non è un unicum. Nel 2010, infatti, il segretario Pier Luigi Bersani affidò a Vannino Chiti il partito regionale dopo una sconfitta elettorale bruciante (nella quale, dopo lo scandalo Marrazzo, il Pd non era nemmeno riuscito a produrre un proprio candidato, visto che fu la radicale Emma Bonino a perdere alle regionali contro Renata Polverini).

Ma è soprattutto al sud che nel Pd va forte il ruolo del risolutore. Basti citare la Calabria, che detiene un vero e proprio primato. È infatti l’unica regione ad aver subito un doppio commissariamento. In origine, infatti, fu Adriano Musi (era il 2010) a "scendere al sud" per risolvere i problemi dopo la sconfitta alle regionali. Ma Musi gettò la spugna e rassegnò le dimissioni. Bersani poi raddoppiò, inviando Alfredo D’Attorre (dal 2012 al 2013), ma con scarsi risultati. Sempre nella guerra tra fazioni interne ha radici il commissariamento del partito a Napoli. Nel 2011 è sempre Bersani a nominare Andrea Orlando dopo il caos delle primarie e la contestata vittoria di Andrea Cozzolino, tra accuse reciproche di brogli e irregolarità.

A Venezia, infine, dopo il caso di Giorgio Orsoni, il suo arresto e lo scioglimento

del consiglio comunale, un caso di commissariamento ci fu, ma prefettizio, non politico. Insomma, il commissariamento è un must democratico. Ma più che a risolvere i problemi, è servito a metterci una pezza. Di facciata.

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