Lo sconcerto dei compagni. E nel Pd monta la fronda

L'affondo di Renzi sull'articolo 18 e la sfida aperta alla Cgil suscitano reazioni molto preoccupate a sinistra

Lo sconcerto dei compagni. E nel Pd monta la fronda

«Vi sembro asfaltato, io?», replica bellicoso Ugo Sposetti, mitico tesoriere dei Ds e custode della memoria post-Pci, a chi gli fa notare come il premier, con un'abile e spregiudicata alternanza di carota e bastone, stia «asfaltando» la sinistra dentro e fuori il Pd. Sposetti resiste orgoglioso, ma attorno a lui, ammette un esponente dalemiano del Pd, «ci sono solo morti e feriti». Ieri Matteo Renzi, parlando a braccio e con veemenza in aula alla Camera e poi al Senato, ha colpito e affondato uno dietro l'altro, tra gli sguardi attoniti di molti dei suoi, i più radicati totem e tabù di sinistra. Dalla sfrontata sfida alle Procure militanti sull'uso degli avvisi di garanzia e delle inchieste al colpo di granata sull'articolo 18, con minaccia di usare il decreto del governo se il Parlamento non si dà una smossa. La reazione è stata variegata: sul primo capitolo, quello della giustizia, il premier si è beccato un'ovazione trasversale, da molti (non tutti) i Pd fino a Forza Italia. «Sì, la sinistra ha vissuto un'ubriacatura giustizialista devastante a cominciare dal '93 – dice il bersaniano Nico Stumpo – ma le radici della sinistra sono e devono essere garantiste».

Ma sul lavoro e sull'articolo 18 Renzi tocca nervi scoperti che fanno subito esplodere la reazione. Innanzitutto nel Pd: «Sul lavoro Renzi parla il linguaggio della destra», insorge Stefano Fassina. Duro anche il leader Fiom Landini, che con Renzi ha da tempo un rapporto privilegiato (in funzione anti-Camusso): intervenire per decreto sull'articolo 18 sarebbe «un grave errore», uno «strappo» inaccettabile «contro le parti sociali ma soprattutto il Parlamento». Attacca anche Cesare Damiano, che da presidente della Commissione Lavoro di Montecitorio capitana i dieci membri di provenienza Cgil pronti a fare muro contro la riforma. Un ostacolo non da poco: «Ma Renzi starà ben attento a evitare votazioni di merito sullo Statuto dei lavoratori in quella sede», sussurra un esponente di quella sinistra, «e se manovra bene fa approvare una delega generica e blindata che sarà poi riempita dal governo come gli pare. Lasciando noi con un pugno di mosche». Intanto, nota, col discorso di ieri il premier ha messo a segno un colpo: «Sopra le nostre teste, ha mandato fuori di qui - all'Ue, alla Confindustria, al centrodestra cui tocca applaudirlo – il messaggio che lui sta spazzando via le vecchie regole del mercato del lavoro».

Ieri sera in Direzione Renzi ha promesso una riunione ad hoc dell'organismo di partito su Jobs Act e legge di stabilità. Apparentemente, una concessione alla minoranza. In pratica, un'abile operazione per far sfogare le opposizioni nel dibattito e poi far votare a maggioranza la propria linea. «La verità», ragiona un esponente Pd di governo, di origini ex Ppi, «è che politicamente Renzi sta compiendo a tappe forzate una trasformazione gigantesca della sinistra. La sta svuotando dall'interno, rubandogli tutte le parole d'ordine e smontandone i capisaldi culturali. È lui il leader che in dieci minuti ci ha fatto entrare nel Pse – e noi ex Dc ci lecchiamo ancora le ferite – e che dopo le Europee si è addirittura intestato la leadership del Socialismo europeo. È lui che rilancia la Festa dell'Unità. È lui che promuove gli ex Pci che gli facevano la guerra in posti chiave: Violante alla Consulta, Legnini al Csm, Enrico Rossi in Toscana. Infila giovani bersaniani e dalemiani in segreteria lasciando senza truppe Bersani e D'Alema. Li rende inoffensivi, e rende impossibile la nascita di un'altra sinistra forte dentro o anche fuori dal Pd. E contemporaneamente impone una linea politica antitetica alla vecchia sinistra sui temi forti, dalla giustizia al lavoro».

Con che orizzonte? «Il premier usa la minaccia del voto anticipato per tenere alta la pressione, ma non ci pensa per niente: ha bisogno di tempo per portare a casa qualche risultato e fare del Pd il partito pigliatutto. Da sinistra a destra».

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