La Turchia di Erdogan è una polveriera: autobomba fa 34 morti

È il quarto attentato in un anno, ieri colpita una stazione di bus ad Ankara. Il leader minaccia tutti

Un macabro cliché che si ripete. Un attentato, tanto panico e media senza voce. Per la quarta volta in sei mesi la Turchia di nuovo a ferro e fuoco. Nel parco Guven, accanto a un grande snodo dei trasporti, un'autobomba è stata fatta esplodere - probabilmente dal Pkk o da un gruppo affiliato - vicino a una fermata del bus e della metro provocando - ha comunicato ieri sera il ministro della Salute Mehmet Muezzinoglu - 34 morti, tra cui due kamikaze, e 125 feriti (19 gravi mandati in dieci ospedali). Media nazionali zittiti, come ormai consuetudine, da un'ordinanza del governo che impedisce le riprese video, mentre i social network del paese dopo l'esplosione vanno a scartamento ridotto.Un attacco, seguito da colpi di arma da fuoco, che era nell'aria, come dimostra la nota diffusa 48 ore prima dall'ambasciata degli Stati Uniti in Turchia che allertava i propri concittadini sul pericolo di «un potenziale piano terroristico per colpire edifici governativi e abitazioni nell'area di Bahcelievler». Tutt'intorno auto in fiamme, un autobus carbonizzato, gente in cerca di riparo e una colonna di fumo visibile da un paio di chilometri di distanza. In serata il premier Ahmet Davutoglu, preoccupato da un'informativa dei servizi che parlava di un secondo possibile attentato, convoca una riunione di sicurezza. Un video mostra una forte esplosione ripresa da una telecamera sopra l'ingresso di una stazione della metropolitana, con i passanti che iniziano a correre per allontanarsi dalla zona. Il luogo dell'attacco, nel centro di Ankara, è stato il teatro delle proteste contro il governo nel 2013 ed è lo stesso dell'autobomba che tre settimane fa aveva ucciso 29 persone vicino al Parlamento turco e alla base dello Stato Maggiore dell'Esercito: al passaggio di un camion militare, un terrorista aveva fatto saltare in aria tutto ciò che era nel raggio di pochi metri. Mentre a tremare, quaranta giorni fa, era stata Istanbul, con vittime della violenza undici turisti tedeschi in piazza Sultanahmet per mano di un kamikaze siriano che si era fatto esplodere, a due passi da Santa Sofia e dalla Moschea Blu. Nell'ottobre scorso due attentatori suicidi avevano colpito un raduno di attivisti filo-curdi all'esterno della principale stazione ferroviaria di Ankara, uccidendo più di cento persone. E un mese fa, a Stoccolma, un attentato in un centro culturale turco, fortunatamente senza vittime o feriti.Obiettivo del governo Davutoglu, come è noto, sono i curdi, nello specifico l'organizzazione denominata «Falchi della libertà» (Tak). Infatti nella mattinata di ieri le autorità turche avevano dichiarato un nuovo coprifuoco «a tempo indeterminato» in due distretti delle province sud-orientali di Hakkari, mentre sette militanti del Pkk erano stati uccisi sabato nella città sud-orientale di Diyarbakir. Una tensione che si tocca con mano non solo nelle città strategiche del paese, ma anche al confine turco-siriano dove l'artiglieria di Ankara continua a bombardare le milizie curde in Siria. «Non c'è posto per le organizzazioni terroristiche nella nostra civiltà», è stata la reazione del presidente Erdogan che poche ore prima aveva fatto anche altre due dichiarazioni.

Nella prima sosteneva che la scarcerazione dei giornalisti arrestati «va contro gli interessi nazionali e mette a rischio l'esistenza della Corte costituzionale» e la seconda che in Turchia ci sono ancora tre milioni di profughi pronti a partire per l'Europa. twitter@FDepalo

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