
Hanno spiato migliaia di vite. Vip, politici, imprenditori, giornalisti. Forse anche la mia. Ma a cosa servisse questa attività di dossieraggio messa in atto da un ufficio dell'antimafia e da un luogotenente della finanza (Pasquale Striano) con una carriera esemplare alle spalle resterà un mistero per la maggior parte di noi italiani, soprattutto adesso che l'inchiesta da Perugia è tornata a Roma e rischia di impigliarsi in un ginepraio di dimenticanza e scartoffie di cui l'Italia è campione.
In questa nube di incertezza e obnubilamento generale conforta sapere che c'è un libro edito da Baldini Castoldi che cerca di scalfire il silenzio, la coltre di polvere che il tempo, forse la convenienza, stanno gettando su questo sistema di spionaggio che lambisce simulacri sacri della giustizia, come la Direzione Nazionale Antimafia voluta da Giovanni Falcone allo scopo di creare un team di eccellenza della polizia che incastrasse i mafiosi
Il libro che si pregia della prefazione dell'ottimo Tommaso Cerno, trae il titolo dalla definizione che Raffaele Cantone, procuratore di Perugia, diede di quegli accessi alle banche dati soffermandosi sui numeri mostruosi dei rilevamenti e dei soggetti investigati: Il verminaio. Ed è scritto da Brunella Bolloli e Rita Cavallaro, due giornaliste di inchiesta vecchio stile, col fiuto per la notizia e l'indagine. La prima l'assunsi io, anni fa, a Libero. Ne conosco il talento, la tenacia, la forza di carattere e la predisposizione ad andare oltre le apparenze. Una pura del mestiere, come ne esistono poche. Entrambe sanno muoversi: scandagliare procure, cercare fonti e conferme, rovistare nei documenti. Pongono domande, anche le più scomode. E il fine è solo uno: impedire che l'inchiesta che ha scoperchiato il vaso di Pandora si trasformi in una bolla di sapone e venga triturata, accantonata, insabbiata. Cosa succedeva in quell'ufficio della Direzione Nazionale Antimafia che si occupa di analizzare segnalazioni di operazioni bancarie sospette (Sos)? Chi era e per conto di chi si muoveva il luogotenente della finanza Pasquale Striano, figlio di un pescatore di Ercolano con mille encomi appuntati sul petto, autore di centinaia di accessi abusivi a banche dati e cervelloni dei sistemi informatici? Bolloli e Cavallaro, con maestria e dovizia di dettagli, hanno messo insieme il puzzle e composto i fili della trama angosciante che si è dipanata sottotraccia mentre il Paese andava avanti ignaro e distratto.
Negli avvisi di garanzia sono riportate le prove che il tenente Striano avrebbe inviato ad alcuni giornalisti dossier investigativi con cui confezionare articoli di stampa. Quello che si delinea è il quadro inquietante di un dossieraggio al servizio di campagne mediatiche che puntano a delegittimare questo o quel personaggio, influenzando il corso degli eventi. E il libro segue il filo dell'inchiesta: dal primo esposto del ministro Guido Crosetto, vittima di rivelazione di dati sensibili dal momento in cui il Domani aveva pubblicato gli esatti compensi ricevuti dalla società Leonardo quando ancora non era un esponente del governo, all'avviso di garanzia a Striano. Che però non vuole essere capro espiatorio, difende la legittimità del suo lavoro e parla di un modus operandi consolidato, di ricerche fatte in parte per ordine del pm Antonio Laudati, magistrato antimafia coordinatore del gruppo investigatori SOS di via Giulia, anche lui indagato.
Una pesca a strascico come la definiscono Bolloli e Cavallaro - che nel periodo 2019-2022 ha i suoi anni cruciali. E guarda caso colpiva in particolare esponenti di centrodestra rovistati in momenti della vita democratica del Paese. Il dossier Quirinale contro Silvio Berlusconi, tra i papabili per il Colle e proprio per questo nel mirino della stampa di sinistra che non poteva tollerare la nomina del nemico storico. Poi il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, vittima del controllo abusivo in banca dati proprio quando scoppia il caso camici. Fino alle kermesse elettorali della Lega, con decine di nomi di esponenti politici leghisti passati al setaccio.
Nella rete degli spioni finiscono anche cantanti, manager d'azienda e imprenditori. Fedez, Ronaldo, Totti, Allegri. «Una ricerca spasmodica di informazioni», si guarda dal buco della serratura di personalità estere o personaggi legati al Vaticano. Ma quello che scandalizza, fa scaldare gli animi e insospettisce l'opinione pubblica, oltreché i partiti, è la quasi totale assenza di accessi illeciti sul Pd e su esponenti della sinistra. Che davvero qualcuno abbia agito segretamente e nascostamente per confezionare dossier che potessero influire o disturbare il corso della storia, meglio ancora se la storia di un nascente governo di destra? Striano si è sempre difeso: era il mio lavoro nulla di illegittimo. Lo stesso ha fatto Laudati. E, sia chiaro, nessuno è colpevole fino al terzo grado di giudizio. Ma è giusto sapere. E ancora più giusto andare avanti negli accertamenti. Obbiettivi, mandanti, ragioni: è su questi tre punti che si muove l'inchiesta di Cavallaro e Bolloli. C'è un aspetto ulteriore di questo libro che appassionerà il pubblico come ha appassionato me. La rinascita del giornalismo di inchiesta. O meglio la sua riscoperta. In un periodo in cui le redazioni sono diventati salottini di bolliti che commentano la qualunque senza muovere un dito e un ciglio, ci sono ancora giornalisti che hanno voglia di indagare i fatti e raccontare gli accadimenti al di là delle apparenze e degli insulsi resoconti da oratorio. Insomma, fornire un servizio ai lettori che non sia la mera rilettura parziale e arcinota degli eventi.
Bolloli e Cavallaro appartengono senz'altro a questa categoria e il fatto che siano donne mi conforta ancora di più nella mia convinzione: sono le signore ad avere una marcia in più. Io mi inchino a loro, lieto di sapere che in questo mestiere scalcinato di soloni e poltronisti c'è ancora qualche cronista di razza che gira per le strade cercando la verità, nient'altro che la verità.
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