Vince la ragion di stato Roma (e l'Ue) ci saranno

Peng Shuai non vale un boicottaggio. Non è neppure una sorpresa. I diritti umani non sono una preoccupazione cinese

Vince la ragion di stato Roma (e l'Ue) ci saranno

Peng Shuai non vale un boicottaggio. Non è neppure una sorpresa. I diritti umani non sono una preoccupazione cinese. Non è certo la sorte di una campionessa di tennis a svelare la vita all'interno della grande muraglia, sotto un impero che fa convivere maoismo, confucianesimo e capitalismo di Stato. Basta leggere i dati arrivati proprio ieri da Reporter senza frontiere: più di un milione di uiguri è rinchiuso nei centri di rieducazione politica e 127 giornalisti sono finiti in carcere. Pechino dice che sono numeri esagerati, ma non è neppure questo che conta, il dilemma è come la civiltà liberal-democratica deve confrontarsi con chi non riconosce la libertà come un valore. È una questione antica e ogni volta ci fa fare i conti con l'ipocrisia. Si parla sempre di diritti umani, ma quando non conviene facciamo finta di non vedere. È una condanna. Questo vale anche per la Russia o per gran parte del mondo islamico. Vale anche per noi, per le nostre contraddizioni.

La storia di Peng Shuai potrebbe essere una come tante, ma ha un valore simbolico. Cosa sarebbe accaduto se Mike Pence, il vice presidente di Trump, avesse violentato Serena Williams? È una domanda surreale, ma è utile per capire di cosa si parla. Washington ha scelto il boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali di Pechino. Ci saranno il prossimo anno. Gli Stati Uniti non ritirano gli atleti ma non ci sarà alcuna delegazione politica. È un segnale, una testimonianza, e ha già indispettito Xi Jinping. È, per la Cina, un atto ostile.

Il Cio, il comitato olimpico internazionale, non intende chiaramente seguire la stessa strada. Non si risolvono così, fa sapere, certe questioni delicate. È quello che a quanto pare pensa anche l'Italia. Il governo Draghi non farà nessuna mossa sgradita a Pechino. È ragion di Stato. È senso pratico. È il classico: cosa c'entra lo sport con la politica? Ma sarebbe più corretto chiedersi: cosa c'entra lo sport con i diritti umani? C'entra, ma dipende. Il Coni ha già detto che farà come il Cio. Non è il caso di fare gli americani. Francia, Germania, Gran Bretagna potrebbero seguire Roma. Ognuno con una buona scusa. Quella italiana ha a che fare anche con le olimpiadi di Milano-Cortina. Pechino ci passa la fiaccola e sarebbe non opportuno non avere un capo di governo o di Stato a raccoglierla. Non è solo un problema di cerimoniale. Sono affari. Allora la domanda più onesta da farsi è un'altra: cosa c'entrano i diritti umani con i soldi? Non serve una risposta. L'Italia e l'Europa andranno a Pechino con tutti i santi e si laveranno la coscienza scrivendo linee guida puntigliose sul rispetto delle minoranze, su chi è diverso da te, sulla sacralità dei diritti e pure dei desideri di ogni essere vivente. Le leggi morali saranno sempre più cavillose e ci batteremo il petto, giustamente, per i nostri peccati passati e futuri.

Tutto questo servirà ad alleviare i nostri sensi di colpa. Poi, però, tutti in fila a Pechino. Allora andiamoci, ma togliamoci lo sfizio di una provocazione. Non suoniamo l'inno di Mameli, ma la marcia dei Tre principi del popolo (Zhnghuá Míngúo gúog). È l'inno di Taiwan.

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