
Roberto Bolaño non è solo il mio scrittore cileno preferito, ma il mio scrittore sudamericano preferito (a parte Borges e Cortazár). Soprattutto perché non ho mai sopportato il realismo magico di Márquez e dei suoi seguaci, e per me Cent'anni di solitudine sono sempre stati cent'anni di noia. In Bolaño nessun realismo magico, nessun soprannaturale, c'è la disillusione della realtà però scrutata con qualcosa di inquietante, mai consolatoria. Il surreale è una crepa del reale che non lo salva dal vedere la tragedia della realtà, del caos, del disordine delle cose.
Lo si vede anche nei racconti inediti (pubblicati da Adelphi, of course, pagg. 652, euro 18) nel volume Tutti i racconti (dentro c'è tutto, per cui consigliato a tutti i bolañiani ma anche a chi non l'ha mai letto), diciassette racconti trovati nel computer dello scrittore dopo la sua morte, una piccola raccolta intitolata Il segreto del male. Alcuni, intendiamoci, sono incompiuti, altri sembrano solo bozze di racconti da scrivere (iniziano anche con «vorrei scrivere un racconto che...»), ma sono Bolaño al 100%, con per lo più come protagonista Belano, il suo famoso alter ego. Attraverso il quale ogni scena, ogni episodio di per sé banale, nasconde un dettaglio, qualcosa che i surrealisti e Georges Bataille avrebbero definito «perturbante». Per esempio c'è Belano che ascolta un'amica, Lima, la quale gli dice che Burroughs è morto, solo che Burroughs è vivo, ma lui inizia a pensare che lui stesso, una volta, lo aveva pensato morto, e si apre la prima crepa. I due nel frattempo diventano due esiliati dall'establishment letterario («l'establishment letterario non perdona», scrive, vero ancora oggi, e sempre, salvo poi riabilitare il genio irregolare dopo la morte) e scappano a Parigi. «Un nuovo ciclo che comincia e che cominciando li allontana dall'abisso». Tuttavia l'abisso ritorna anche negli altri racconti, come sempre in Bolaño, anche perché solo da bambini «il giorno si avvicina con l'eleganza della felicità». A Belano basta guardare suo figlio piccolo che orina nella piscina (non dentro, ma da fuori, con un gesto spavaldo) per rievocare il Cile. «Se mi avessero ammazzato in Cile, alla fine del 1973 o all'inizio del 1974, lui non sarebbe nato, mi dissi, e orinare dal bordo della piscina, come se stesse dormendo o di colpo si fosse messo a sognare, equivaleva a riconoscere attraverso un gesto il fatto e la sua ombra: essere nato e la possibilità di non essere nato, essere al mondo e la possibilità di non esserci».
Sempre il figlio di Belano, Lautaro, è bravissimo in una tecnica: avvicinarsi alle porte automatiche senza far scattare le fotocellule. «I piedi, per esempio, non si staccavano da terra, li strisciava impercettibilmente, le braccia staccate dal corpo si muovevano leggerissime, come insetti o navicelle ausiliarie, creando come dei duplicati del busto...» e sembra quasi ricordare una scultura futurista di Boccioni (penso a Forme uniche nella continuità dello spazio), e invece diventa la riflessione sulla vita che si immobilizza, immobilizzata per poterla vedere spingendosi fino al bordo dell'abisso senza caderci dentro. In fondo è questo che fa uno scrittore che sia tale. C'è, nell'apparente calma della narrazione di Bolaño, sempre l'orrore, il momento dell'orrore, fino all'esserne paralizzati. «Quando dico paralizzato dall'orrore non lo dico in senso peggiorativo ma letterale. Penso ai bambini paralizzati davanti all'assalto inatteso dell'orrore, incapaci perfino di chiudere gli occhi. Penso alle bambine che hanno un attacco di cuore e muoiono prima che lo stupratore finisca il suo lavoro».
Così anche ne Il contorno dell'occhio, ultimo racconto degli inediti, dove non c'è Belano ma un ufficiale cinese in guerra, Chen Hou Deng, che però a sua volta scrive, piccole storie surreali e inquietanti con creature simili a mucche giganti ma con becchi d'anatra, o un bambino che riesce a vedere a raggi X e vede cuori, fegato, polmoni, anche i feti delle donne incinte, a far da contorno alla guerra, allo straniamento, alla fuga dalla realtà che porta in un'altra realtà spiazzante ma umana, il meraviglioso realismo non magico di Bolaño sempre sull'orlo dell'abisso.
D'altra parte «mentre cerchiamo l'antidoto o la medicina per curarci, il nuovo, quello che si può trovare solo nell'ignoto, dobbiamo continuare a passare dal sesso, dai libri e dai viaggi, pur sapendo che ci portano nell'abisso, che è, guarda caso, l'unico posto dove si può trovare l'antidoto». Antidoto che è, per Bolaño, la sua stessa scrittura, e la vera letteratura, la vera scrittura, come la definiva Emil Cioran, è appunto «un suicidio differito».
- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
- sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.