Se la riforma del governo è una rivoluzione

Quelle culture politiche che persero alla Costituente vincono oggi. Quella costituzione economica che avrebbero voluto i liberali appartenenti ai vari partiti oggi sembra finalmente prendere corpo. Quella costituzione che sarebbe piaciuta un po’ di più, a Luigi Einaudi e a Luigi Sturzo

Quelle culture politiche che persero alla Costituente vincono oggi. Quella costituzione economica che avrebbero voluto i liberali appartenenti ai vari partiti oggi sembra finalmente prendere corpo. Quella costituzione che sarebbe piaciuta un po’ di più, a Luigi Einaudi e a Luigi Sturzo. Naturalmente la sinistra sottovaluta e nelle fila del centrodestra non tutti capiscono quanto possa essere fondamentale la riforma economica avviata dal governo. Ma non è così, si sbagliano.
Il mercato e la concorrenza sono i grandi assenti della nostra Costituzione. Tutto ruota attorno allo Stato, al bene comune, all'utilità sociale (anche dell'economia), in una parola al pubblico. Del resto tra i suoi maggiori ispiratori ci sono stati il comunista Palmiro Togliatti, costitutivamente contro il libero mercato, e Giuseppe Dossetti che, pure cattolico, non nascondeva il suo riferirsi alla costituzione dell'Unione sovietica come suo modello. Partita su queste basi la nostra Costituzione, alla fine, non uscì neanche male. Giovò molto la presenza dei liberali ma più come argine al peggio che come proposta in positivo.
La sostanziale sfiducia nei confronti del mercato emerge chiaramente dall'articolo 41 dove si legge che «l'iniziativa economica privata è libera» ma si legge anche che «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale» e che «l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». È evidente la bardatura attorno al mercato e alla concorrenza che consente praticamente ogni tipo di ingerenza dello Stato nel mercato. Le partecipazioni statali hanno navigato in quest'acqua come pesci. L'introduzione della frase voluta dal governo ribalta tutto perché rende effettiva la libertà di impresa, ed economica in generale, sostenendo che «è permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge». Non è una modifica, è un ribaltamento. La modifica lascia intatta la logica complessiva, il ribaltamento la cambia alla radice.
Cosa può voler dire questo ribaltamento a livello delle leggi e dei regolamenti? Invocando questo articolo, una volta che divenisse parte della Carta, quante leggi e regolamenti si potrebbero abrogare? Quanti regimi concessori, ad esempio, potrebbero essere cancellati? Quanti regimi autorizzatori potrebbero decadere? Se questo vale per l'articolo 41 vale a maggior ragione per la riforma del comma 4 dell'articolo 118 sulla sussidiarietà. Scrivere che questa non deve essere solo «favorita» ma anche «garantita» vuol dire assicurare al principio la stessa dignità, per intenderci, che hanno la concorrenza e il mercato «garantiti» dall'Autorità dedicata.

Se questa modifica divenisse lettera costituzionale un cittadino potrebbe invocare l’articolo laddove ritenesse che lo Stato non abbia rispettato le prerogative dei privati o anche del settore no-profit impedendo una parità d'accesso ai mercati interessati. Vi sembra poco? In Italia?

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