Si scrive Fnsi, si legge Cgil: ecco il piano per lo scippo

Va bene tutto. In una democrazia è lecito manifestare. È lecito anche pensare di dare con la piazza una spallata ai governi ma è - come dire - una visione piuttosto infantile della politica. Non va bene però raccontare balle. Quella andata in scena a piazza del Popolo non è la manifestazione dei giornalisti «per la libertà di stampa»: è la difesa della «loro» libertà. La libertà ad esempio di continuare a usare il «nostro» sindacato unico, la Federazione nazionale della stampa italiana, come cinghia di trasmissione non di uno schieramento politico ma di una sua parte, di una parte della sinistra. La manifestazione è stata voluta da quel gruppo dirigente che da 15-20 anni vuole trasformare la Fnsi in un dipartimento della Cgil, il sindacato della triplice irriducibilmente più a sinistra, e ci è quasi riuscita. La regia dell’evento in gran parte della Cgil (che ha messo a disposizione le forze, ovviamente con Acli, Arci eccetera), parole e slogan di Repubblica.
La libertà di stampa più o meno minacciata c’entra poco o nulla. C’è un piccolo aneddoto. Pare che l’idea della manifestazione «No al guinzaglio all’informazione», tutta in chiave anti-Berlusconi, fosse uscita prima sul sito internet della Cgil. Solo il giorno dopo sarebbe apparsa anche su quello della Fnsi, e a quel punto i compagni cgiellini aggiornarono il loro. Dettagli. Sia come sia, di certo la «spallata» è stata organizzata senza che dentro la Fnsi se ne sia minimamente discusso. Strana idea della «libertà d’informazione». Il consiglio nazionale (cioè il parlamentino della Fnsi), di cui faccio parte, infatti è stato convocato direttamente in piazza, così come è avvenuto per il coordinamento nazionale di tutti i Comitati di redazione d’Italia. Strano anche questo. Il tutto senza dubbio offre un vantaggio: a Roma in piazza del Popolo, e si spera anche nelle splendide vie adiacenti, molti colleghi anti-bavaglio ci sono andati godendo del «permesso sindacale», cioè con la giornata lavorativa pagata.
C’è poco da ridere. Di fronte alla marcia su Roma su cui ha messo abbondantemente il cappello la Cgil di Guglielmo Epifani, i leader di Cisl e Uil, vale a dire Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, hanno detto no grazie. Perché organizzazioni sindacali serie con milioni di iscritti non si fanno dettare la linea da Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Per far cambiare idea a Bonanni e Angeletti, inutilmente, ha telefonato anche Dario Franceschini, che combinazione è l’attuale segretario in affanno del Partito democratico. Ma andiamo avanti.
La dirigenza del sindacato dei giornalisti scesa in piazza per la «libertà di stampa» di Santoro, dell’Unità eccetera, è la stessa che non ha indetto un giorno - uno solo - di mobilitazione nazionale per tutelare la categoria e per il nostro contratto di lavoro che aspettavamo da oltre quattro anni. È finita che Franco Siddi e Roberto Natale, segretario e presidente della Fnsi, hanno portato a casa il peggior contratto di lavoro nella storia del giornalismo italiano. Quello che - per dirne una - sta dando la possibilità ai padroni della carta stampata di ottenere finanziamenti pubblici e buttare fuori mediante i prepensionamenti centinaia di colleghi (alla fine saranno 1.500). Un’ottantina solo a Repubblica. Un sindacato degno di questo nome dovrebbe essere con i cartelli sotto la sede del giornale di Carlo De Benedetti. Invece marcia a braccetto con Giuseppe D’Avanzo e la campagna che il quotidiano diretto da Ezio Mauro conduce da mesi contro il governo Berlusconi per motivi tutti suoi.
Fermi, conosco l’obiezione: «Dopo 18 giorni di sciopero nel 2003 non riuscimmo ad avere il contratto». Balle. Dopo quei 18 giorni gli editori erano dispostissimi a firmare il nuovo contratto, ma non se ne fece nulla. Paolo Serventi Longhi, allora segretario della Fnsi, fece saltare il banco. Perché? Semplice, il «nostro» sindacato doveva fare da cassa di risonanza alla campagna della Cgil contro la legge Biagi.
Al congresso nazionale di Castellaneta per il rinnovo dei vertici della Fnsi due anni fa, da neofita del sindacalismo dissi papale papale come la pensavo: «Da questa lunga e disastrosa gestione è la categoria a uscire con le pezze al sedere, non Paolo Serventi Longhi». Fui ricoperto di contumelie. I fan urlarono: «Paolo dopo una vita spesa nel sindacato tornerà a fare il caposervizio all’Ansa e con quell’umile qualifica andrà in pensione».
Altra, plateale balla. Serventi Longhi in pensione - buon per lui - ci andrà come direttore. Dopo due mandati alla guida della Fnsi, all’Ansa è passato sì ma a fare ciao ciao. È andato invece a dirigere Rassegna sindacale, house organ della Cgil. Combinazione. Ma il progetto è molto più ambizioso. Creare un vero e proprio network informativo sotto l’egida del sindacato più a sinistra, con la supervisione di Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil con la delega ai problemi dell’informazione e braccio destro di Epifani.


Perché Guglielmo Epifani, il leader della Cgil, in virtù del fatto che nella sua carriera sindacale si è occupato molto di poligrafici, ha un vecchio pallino: fare della Fnsi un solo boccone. Per ora si accontenta di portarla a piazza del Popolo.
*consigliere nazionale Fnsi

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