Labranca, il pensiero nobile di un operaio della scrittura

Esce una nuova raccolta di articoli di costume di un autore di nicchia ora rivalutato dalla critica

Quello che fa delle invettive di Tommaso Labranca espressioni di un pensiero nobile è che non sono mai dirette verso i più deboli. Per questo sono sacrosante, e leggibilissime anche adesso che lui non c'è più (è morto all'improvviso nel 2016, a 54 anni), essendo fra l'altro espressioni di uno stile polemico puro e impeccabile.

Esce adesso il secondo volume di Neve in agosto, raccolte postume di «articoli alimentari» scritti fra il 2003 e il 2016 (edizioni Ventizeronovanta, pagg. 266, euro 15), curati da Luca Rossi. Con lui Labranca fondò questa micro casa editrice con la quale oltretutto pubblicava i propri romanzi, che altri editori rifiutavano e le cui scorte di magazzino venivano conservate nell'armadio di casa.

Autore di culto e di nicchia, Tommaso Labranca dopo la morte è stato rivalutato dalla critica, anche da quella accademica, soprattutto grazie al libro di Claudio Giunta Le alternative non esistono (Il Mulino, 2020). E infatti ora arrivano proposte di ripubblicazione dei suoi libri da parte di case editrici di tutto rispetto.

Quanto alla sua attività giornalistica, il Labranca più acuto, più urticante, è quello che resta più impresso. Buono di carattere, come sa chi l'ha conosciuto, sulla pagina non faceva sconti. E spesso, nell'analisi quasi anatomica non di una persona, ma di un personaggio, ci prendeva benissimo. Andava controcorrente. Pochi avrebbero avuto il coraggio di scrivere così: «Banksy è l'essere più noioso del mondo. Intendiamoci, tutti i divi dell'arte concettuale odierna sono noiosi, prevedibili, più moralisti di una zia artritica iscritta ai Focolarini» (sul quotidiano Libero). Il brano è tratto dal volume 1 di Neve in agosto (Ventizeronovanta, 2020).

O così, nel 2012, su Stallone-Rambo: «L'eroe elitario e violento si sveglia, prende l'inseparabile coltello, taglia un cactus e ne fa uscire dell'acqua. E con quel liquido manda giù la pastiglia rossa contro l'ipertensione e quella azzurra per la diuresi» (sul settimanale Oggi).

Da osservatore e critico del costume, Labranca non poteva non scrivere di moda. Eccolo allora a spiegarci gli hot pants approvati dalla Regina d'Inghilterra purché «l'effetto generale sia soddisfacente», oppure a illuminarci sul fenomeno delle «vacanze fasulle», succedanei patetici di quelle che i poveri vorrebbero fare e non possono permettersi. Se intervistava i vip, era per chiedere loro che rapporto avessero con la Playstation. Se faceva un'inchiesta, era fra le concierge dei motel per fedifraghi.

La vis polemica va di pari passo con l'aggettivo «alimentari» riferito a questi articoli. Lo scrittore, a forza di parlar chiaro, si era alienato le simpatie dell'intellighenzia di sinistra, cioè del novanta per cento dell'autocertificata classe intellettuale del Paese. In ciò anche il contesto in cui scriveva faceva la sua parte, essendo lui diventato, per esempio, collaboratore fisso di giornali invisi alla cultura dominante. Per lui scrivere era non solo questione di vita, ma anche di sopravvivenza. Labranca tuttavia non fu mai un mercenario, ma un battitore libero. Lo dimostra la policromia della sua tavolozza, dal serioso Corriere della sera (che inspiegabilmente nega i diritti di riproduzione di quasi tutti i suoi articoli), dove tratta dello sciocchezzaio di Twitter, fino al popolare e saporoso settimanale Cronaca Vera, in cui fa trattazione sociologica sul tema della prostituzione in Italia e Svizzera.

Parlare di frivolezze in contesti ritenuti aristocratici, e di argomenti impervi sulle pagine di ebdomadari disprezzati dai tartufi dell'informazione era di per sé esercizio di una funzione critica. Una concezione del mondo, dove la cultura alta e quella popolare si fondevano, perché la cultura è tutto ed è di tutti. Questo, e il suo carattere orgoglioso, fecero di lui un isolato.

Eppure non aveva scritto solo sui giornali militarmente occupati dalla stessa casta che lo aveva poi epurato, ma anche su mensili patinati e di tendenza come Max, in cui osservava che la lettrice ideale di Fabio Volo è «una single sovrappeso dai 18 ai 35 anni. Sillaba, muovendo le labbra come fanno i preti con il breviario», mentre quella di Paolo Coelho è «una zitella tra i 35 e i 60 anni, tendente alle allucinazioni».

Sempre per guadagnarsi onestamente la pagnotta, Labranca scriveva biografie ad ampio raggio, da quelle istantanee di cantanti appena deceduti, come Michael Jackson o Freddie Mercury, a quelle dei viventi come Riccardo Fogli e Orietta Berti (sua cara amica). Da fantasista poliedrico, viveva in mondi contigui. Passava dai libri alle traduzioni, dai giornali alla tv. Se vi capita d'imbattervi nel memoir dell'autore televisivo Pietro Galeotti, La riunione (Feltrinelli), sappiate che gli scarabocchi di volti circolari anonimi e stupefatti della copertina sono stati tracciati appunto da Labranca, che probabilmente temeva di vedere anche se stesso trasformato in maschera vuota, e che per questo rinunciò a privilegi e prebende in cambio del lusso impareggiabile di sentirsi libero. Ruppe un lucroso sodalizio con un Fabio Fazio imbolsito, ma non smise mai di creare riviste proprie, su carta e online, salvo farle sparire nel nulla come mandala, con un solo click di tastiera.

Per fortuna molto è stato recuperato in questi due volumi da Luca Rossi, che fu il suo più stretto collaboratore, e che nella intensa prefazione spiega come abbia potuto collazionare non certo un'opera definitiva, ma tutto quello che è riuscito a strappare finora alla morte e alla legge sul diritto d'autore.

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