Le prime contromisure per salvare il vino: "Dealcolati e Qr code"

Il pacchetto in 7 punti del commissario Hansen. Norme chiare, eccedenze, enoturismo, clima

Le prime contromisure per salvare il vino: "Dealcolati e Qr code"
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I dazi minacciati da Donald Trump fanno tremare il calice italiano. Gli Stati Uniti costituiscono infatti quasi un quarto dell'export del vino italiano, il 24 per cento di un business da 8,1 miliardi di euro. Aggrapparsi a un mercato fatidico costituisce una sfida delle più delicate per il vanto del made in Italy agroalimentare e assieme alle altre (le norme del codice della strada, le nuove tendenze dei consumatori, i cambiamenti climatici) determinerà nei prossimi anni il destino del settore.

In attesa che l'imminente Vinitaly (dal 6 al 9 aprile a Verona) si trasformi nell'incubatore delle paure del settore, ieri è arrivata una prima risposta a livello comunitario dal commissario europeo per l'Agricoltura e l'Alimentazione, Christophe Hansen, che ha presentato un pacchetto di misure per «garantire - sono le sue parole - che il settore vinicolo europeo rimanga competitivo, resiliente e una forza economica vitale nei decenni a venire».

Le misure previste sono sette. Gli interventi più interessanti sono certamente quello che riguarda i vini a basso contenuto alcolico (o addirittura quelli «alcol zero»), per i quali ci saranno norme e denominazioni più chiare che elimineranno ambiguità e faciliteranno le scelte dei consumatori e l'export di prodotti con una domanda in forte crescita; e quello che riguarda l'etichettatura, che sarà «armonizzata» con un Qr code unico che conterrà le informazioni sugli ingredienti e i valori nutrizionali. Una misura, questa, che dovrebbe ridurre i costi per i produttori e facilitare l'export.

Alcune misure mettono le mani nella terra. Una consente agli Stati membri una maggiore libertà in termini di smaltimento delle eccedenze, che costituiscono uno dei fattori di maggiore squilibrio del mercato, con la possibilità di estirpare le viti indesiderate o di procedere alla cosiddetta «vendemmia verde», ovvero la rimozione di uve acerbe nei mesi che precedono la raccolta. Un'altra prevede una maggiore flessibilità di impianto «in base alle esigenze nazionali e regionali». L'ultima introduce un maggiore sostegno finanziario per gli investimenti necessari a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, consentendo al settore di «diventare più resiliente». Le ultime due misure riguardano l'assistenza ai produttori che vogliono sviluppare il turismo del vino e l'allungamento da tre a cinque anni delle campagne promozionali finanziate dall'Ue per consolidare il mercato nei Paesi terzi.

Piuttosto positivi i commenti delle associazioni di categoria, anche se Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura, chiede che «la maggiore flessibilità contenuta in alcune misure sia applicata anche alla gestione finanziaria».

«La Commissione ha saputo ascoltare il settore e dare risposte puntuali», si compiace Micaela Pallini, presidente di Federvini, mentre il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti, parla di «un buon punto di partenza» pur nella «consapevolezza degli effetti drammatici che l'eventuale l'entrata in vigore di eventuali dazi da parte degli Usa avrebbe sull'intero settore europeo». L'impressione è che se Trump manderà in frantumi il calice del vino europeo, per rimetterlo insieme servirà ben altro.

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