Blur a Lucca, il Britpop ha ancora i denti

Per due ore Damon Albarn e compagni trascinano i 40mila del Lucca Summer Festival tra carpiati nel passato e schizzi di un presente attualissimo

Blur a Lucca, il Britpop ha ancora i denti
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Ci sono notti più tenere di altre. Forse è perché un giorno di fine anni Novanta sei nella tua cameretta, hai la faccia tapezzata di eruzioni adolescenziali e provi a stare maldestramente al tempo intonando Song 2 a manetta, la porta serrata, mamma costretta a gridare che la cena è pronta. E poi, d'un tratto, te li ritrovi davanti che sono passati quasi trent'anni ed è come non essersene accorti. Magari lo diresti riflettendo sulle tue movenze al rallenty e su quelle dei coetanei che sciamano tutti intorno. Ma se punti al palco, i Blur sono ancora una deflagrazione interiore.

Scansiamo gli estremisimi. Sì, vero: ieri, tra i 40mila accorsi al Lucca Summer Festival per l'unica data italiana dei quattro di Colchester c'erano un mucchio di quarantenni che basculavano più o meno composti al ritmo di Parklife o Country House. Ma in mezzo, a loro si agitavano anche frotte di ventenni, gente sulla trentina, effervescenti over sessanta. Il sintomo di una band che ha saputo fendere le generazioni con quella sua attitude differente, che non gli avrà fatto vincere la tenzone ai punti con gli Oasis, ma che gli ha iscritti nella sparuta lista dei gruppi più eclettici di sempre.

Blur

Calano sul palco che costeggia le mura storiche che sono le nove e mezza. Con quelle facce un po' così, da impiegati del catasto prossimi alla pensione - eccetto Albarn, s'intende - ma in fondo, se ci pensi, sono le stesse di venti o trent'anni fa. E la cosa migliore è vedere come si divertano un mucchio a strapazzare i pregiudizi. Sua maestà Damon, invece, indossa una polo a righe della Fila: strizzatina di palpebra ai Novanta, carezza gentile per il pubblico che fu e continua ad essere.

Occhialone nero che scivola sovente sul naso sudato, sfoggia assieme a Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree un'energia contagiosa, mista al solito timbro capace di plasmare arcipelaghi emotivi tutt'altro che occasionali. E non si perde d'animo, consumato mattatore, nemmeno quando alle prime luci del concerto - è soltanto il terzo pezzo - d'un tratto l'impianto audio salta, mettendogli il silenziatore. La folla rumoreggia subito, ma lui la ammansisce distribuendo caramelle: improvvisata al pianoforte - suona letteralmente cose a caso - e tutti contenti.

La gente passata all'incasso di quei sentimenti rimasti chiusi a chiave per un pezzo li celebra per un motivo preciso. Sbaglia chi pensa che la nostalgia sia un sentimento da derubricare. Che conti soltanto il qui ed ora. I Blur rimarginano i conti con il tempo che scorre al ritmo struggente di pezzi - scuotente l'intonazione a cappella di Tender da parte di tutta la folla, per dire - che hanno davvero inciso vite intere. Ma quel ricordo non elide il presente. Semmai lo fortifica. E nell'oggi di Albarn e compagni c'è tutta la consapevolezza di essere ancora quella band che ama sperimentare e prendersi in contropiede, come dimostrano con il nuovo album, The Ballad of Darren. Così nostalgia e contemporaneità possono pure abitare sullo stesso pianerottolo. E non c'è proprio nulla di male in tutto questo.

Blur Ansa

Albarn parla poco e canta molto. Due ore piene di concerto, alla vecchia maniera. Si concede giusto il tempo per un paio di battute, avvolto nel sudario della sua polo e poi in quello di una multicolore tuta con la zip. "Ho fatto un giro in città oggi. Sono entrato in una basilica ed era tutto così pacifico. E così morto", scherza. Nel frattempo tutti provano a stare al passo. Oscillano rapiti sui pezzi più lenti come Coffee & Tv, saltano come grilli su Girls and Boys e le altre hit che fanno erompere il sangue nelle vene.

Nessun maquillage. Non serve. I Blur sono quello che erano e anche la loro versione attuale. Disarmano il tempo che scorre a colpi di riff e tuffi nel pubblico (Albarn si getta almeno un paio di volte). Disertano il destino intransigente delle band perennemente avvitate nelle liti da cortile.

E calciano via l'estenuante pochezza di chi pensa che il tempo non possa essere abitato tutto, che esistano soltanto scompartimenti stagni. Lunga vita ai sentimenti sguainati. Perché la notte è ancora tenera. E la musica rimbomba ancora forte in camera.

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