Gli investimenti esteri guardano all'Europa: parola di Usa e Cina

Gli investimenti esteri testimoniano una percezione ottima dell'Europa a scapito di altre aree del mondo, tormentate dalle nuove vicissitudini geopolitiche. I Paesi scandinavi? Non sono più sicuri

Gli investimenti esteri guardano all'Europa: parola di Usa e Cina
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Gli investimenti in Europa sono ancora un buon affare. Questo il risultato dell'annuale report di 36Brains e Mergermarket dal titolo Risky business: US and Asian investment attitudes amid shifting geopolitics.

Investimenti: cosa cambia in Asia e America

L'analisi parte da una serie di interviste, condotte su 60 top manager americani e cinesi sul rischio di investimento in Europa e sulle nuove tematiche supply chain. Più dell'80% sostiene che le crescenti tensioni tra Washington e Pechino renderanno l'Eurozona il luogo ideale per il settore M&A (acuisizioni e fusioni); per il 55%, sarà invece il protrarsi della guerra in Ucraina a rendere il vecchio continente la piazza ideale per il settore, soprattutto nel campo della tecnologia e dell'energia.

Le tensioni geopolitiche sviluppatesi negli ultimi tre anni, con la guerra che bussa alle porte dell'Europa, non rendono il continente meno stabile, ma un vero hub attrattore. Se Cina e Stati Uniti sono pronti a scommettere sull'Europa, lo faranno con obiettivi differenti: quasi il 40% degli intervistati in America, infatti, darà priorità alle sinergie, mentre più di un terzo dei risultati cinesi spingono verso una politica di ristrutturazione e turnaround di imprese in crisi, il cui numero fa registrare una tendenza in aumento rispetto al 2022.

La triade ESG: la regola aurea dei nuovi investimenti esteri

Una delle direttrici di questa nuova ondata di fiducia verso Bruxelles è soprattutto il settore ESG (ovvero Enviromental, Social, Governance): quasi la metà dei manager intervistati sostiene che negli ultimi 12 mesi le attività di approfondimento e investigazione relative alle questioni di sostenibilità hanno subìto una vigorosa accelerata.

Un intervistato su cinque, infatti, sostiene di aver abbandonato un'operazione di investimento per via della scarsa considerazione che la società target possedeva in fatto di tematiche ambientali e sociali. I tre pilastri ESG sembrano essersi conquistati un posto d'onore nelle valutazioni delle scelte operate dalle aziende: riduzione delle emissioni e egstione dei rifiuti, il benessere dei lavoratori e l'equità salariale, la lotta alla corruzione nonchè alla concorrenza sleale sono tutti valori che aumentano il ranking "etico"delle aziende, dotandole o meno di affidibilità nel lungo periodo.

I Paesi europei scelti per gli investimenti da Stati Uniti e Cina

Cina e Stati Uniti sembrano divergere soprattutto nelle preferenze geografiche legate a questo rinnovato interesse per l'Europa. Se in linea generale gli investitori e manager sembrano concordare sul fatto che Regno Unito e Irlando offrano le migliori opportunità in fatto di mergers and acqisitions, Pechino e Washington non possiedono le stesse sintonie, spesso sedimentate nel tempo.

In Asia si preferisce lavorare con la vecchia Europa occidentale: Germania, Francia, Italia, Spagna e Portogallo in primis. I manager americani, invece, dirigono le loro attenzioni verso l'Europa atlantica, prediligendo far affari con Francia e Regno Unito. Questi sarebbero i Paesi, a detta del report, ad essere percepiti come meno rischiosi: sul podio la medaglia d'oro è per la Francia, a seguire Spagna e Portogallo a pari merito con l'Italia. I Paesi scandinavi, invece, modelli di welfare, burocrazia, sostenibilità in tutto il Mondo vengono invece ora bollati come più rischiosi. A scoraggiare gli investimenti, i numerosi ostacoli normativi che hanno fatto passare la Scandinavia da area ""sicura" a meno affidabile e complessa. I mercati "latini", invece, da sempre cosiderati meno affidabili, ora ribaltano la situazione, dando di sè un'immagine stabile e sicura.

I settori del futuro per gli investimenti in Europa

Tecnologia e media sembrano conquistarsi le stime positive degli investitori, soprattutto se legate alla transizione energetica che, nei prossimi 12 mesi, promette di dare battaglia a nicchie di mercato tradizionali. L'obiettivo emissioni zero entro il 2050, infatti, vine visto da Cina e Usa come un tema non solo etico e politico (si pensi alla propaganda green di Joe Biden) ma come uno strumento strategico per innalzare il trend di crescita del Continente. In calo i risultati attesi di settori come quello farmaceutico, medico e biotecnologico che fanno registrare una contrazione fisiologica nel post pandemia. Fanalino di coda, il settore Trasporti.

Intuizioni dei mercati e dei manager che, come ci hanno abituato i disastri geopolitici contemporanei, potrebbero essere smentite nel medio periodo: del resto Stati Uniti e Cina, mercati dominanti per le case automobilistiche europee,

hanno da tempo virato verso l'elettrico. Il "rischio" è dunque che, nonostante i buoni propositi eurodiretti in fatto di investimenti ESG, a dominare il mercato saranno comunque le piazze Usa e cinesi nel prossimo futuro.

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