Le vittorie, le sconfitte e quel finale agrodolce: chi è davvero Mancini

Lasciare la Nazionale a Ferragosto solleva molti dubbi. Soprattutto dopo le ultime sconfitte. Ma chi era davvero il Mancio?

Le vittorie, le sconfitte e quel finale agrodolce: chi è davvero Mancini

Non è certo la prima volta che Roberto Mancini lascia gli esperti e gli osservatori del calcio a meditare sulle ragioni della sua scelta. Fin da quando si presentò nel mondo del calcio che conta, nel lontano 1982, le scelte di Roberto Mancini sono spesso state all’insegna del percorrere strade controcorrente.

Il mondo del calcio nostrano si era accorto del talento da Iesi quando era ancora giovanissimo, debuttando con il Bologna ed iniziando a far capire che, con la palla al piede, sapeva fare quel che voleva. Tanti si erano presentati nella città delle due torri per assicurarsi i servigi del giovane talento marchigiano ma ecco che il carattere di Mancini si fa notare. Niente spazio alle grandi, dove avrebbe forse faticato a trovare spazio: meglio la fascinazione dell’esperimento Doria, alla corte di un tecnico poco convenzionale come Vujadin Boskov. È proprio al Ferraris che trova il compagno-fratello di una vita, un altro talento di provincia con una voglia incredibile di spaccare il mondo. Roberto Mancini e Gianluca Vialli diverranno inseparabili con la maglia della Sampdoria, per sempre collegati nelle menti dei tifosi di calcio italiani e di tutto il mondo come i gemelli del gol.

Vialli Mancini gemelli del gol 2019

Arrivò lo storico titolo, il primo della storia del club blucerchiato, la cavalcata memorabile in Coppa dei Campioni, la finale di Wembley contro una squadra leggendaria come il Barcellona di Cruijff, la dolorosissima sconfitta. Sembrava che quella squadra di campioni unita come una famiglia non dovesse mai separarsi, continuando a stupire il mondo del calcio e quello che era il campionato più bello e seguito al mondo. Invece no, arrivò una lite ancora inspiegabile con il figlio dello storico patron Mantovani e la nuova tappa di una carriera che molti pensavano vicina alla fine. Con la Lazio di un altro tecnico particolare, lo svedese col cuore caldo Sven-Goran Eriksson, nessuno si aspettava chissà cosa ma il tecnico l’aveva detto: “prendetemi Mancini e vincerò lo scudetto”. Il titolo arrivò, per la grande gioia dei tifosi biancocelesti. Anche quella stagione vittoriosa sembrava non dover finire mai, con il posto da assistente del tecnico e un futuro magari da dirigente. Robygol, però, aveva in serbo un’altra sorpresa: nel gennaio 2001 lasciò tutti di stucco, firmando un contratto con il Leicester e provando l’esperienza di player-manager. Non andò benissimo, visto che lasciò dopo sole cinque partite ma tutti iniziarono a capire che Roberto Mancini era diverso dai soliti allenatori.

Del carattere del Mancio ce ne eravamo accorti già prima, come quando si scagliò contro la stampa dopo aver segnato un gol contro la Germania negli sfortunati europei del 1988, ma l’avevamo pensato come uno dei caratteri inevitabili del genio. Mancini era così alle volte, umorale, tanto geniale quanto imprevedibile, uno che gli allenatori o adoravano o mettevano subito sul taccuino degli indesiderabili. Un personaggio non lineare, che ha sempre odiato le scelte facili ma accomunato da una caratteristica: saper vincere sempre e dovunque. L’occasione arrivò poco dopo, quando giunse la chiamata dell’Inter ed i tifosi nerazzurri impararono subito a fidarsi del giudizio del proprio tecnico. Arrivarono parecchie delusioni ma anche diversi titoli, ultimo dei quali lo scudetto del 2008, il terzo dell’era Mancini. Decisamente meno bene in Europa, però, dove si andava da delusioni a delusioni. Roberto da Iesi incassava le critiche una dopo l’altra, fino a quando, nella conferenza stampa dell’11 marzo 2008, dopo la dolorosa eliminazione in Champions contro il Liverpool, ne ebbe abbastanza.

Mancini Premier League 2012

I giornalisti presenti rimasero tutti di stucco quando annunciò su due piedi le dimissioni. Non durò molto, ci ripensò, restando quanto bastava per consegnare alla bacheca della Beneamata il suo terzo scudetto, ma fu abbastanza per rovinare i rapporti con Moratti. L’addio arrivò il 29 maggio, una volta che l’Inter aveva già sistemato le cose con il suo successore, José Mourinho. Mancini aveva voluto fare le cose di testa sua e pagò di tasca propria, rimanendo fermo per qualche tempo, fino a quando non arrivò la chiamata giusta, quella della sempre più ricca Premier League e di un club che aveva vinto poco ma era ambizioso come pochi, il Manchester City. Quando prese il posto di Mark Hughes, aveva ricevuto un solo incarico: vincere più possibile. Ci volle qualche tempo ma riuscì a trasformare gli Sky Blues dai fratelli sfigati dei Red Devils nella squadra campione d’Inghilterra. Il suo pupillo, Mario Balotelli, gli fece passare diversi problemi e, alla fine, anche il regno del Mancio sulla sponda blu di Manchester ebbe fine ma nella città del nord dell’Inghilterra lo ricordano ancora con affetto.

Ci fu tempo di tornare in Italia, provare a ripetersi alla Pinetina, con la sua Inter ma il Mancio imparò che la seconda volta le cose non sono più le stesse, che certe ruggini sono davvero dure a sparire. I trionfi rimasero un ricordo, la situazione si complicò sempre di più fino a giungere al secondo esonero. Roberto Mancini da Iesi non se la prese più di tanto, passò un’intera stagione a studiare, prepararsi per la nuova opportunità che, ancora una volta, non arrivò dalle solite note. Stavolta ad attirarlo fu un’altra squadra ambiziosa che non aveva vinto molto all’estero, lo Zenit San Pietroburgo, che gli mise a disposizione un budget importante e gli chiese di vincere in Europa. Stavolta il miracolo non riuscì del tutto ma prima che la situazione degenerasse arrivò la chiamata della vita, quella cui è davvero difficile dire di no, quella della Nazionale.

Mancini Inter 2016

Quando a metà maggio del 2018 il tecnico marchigiano prese la guida dell’Italia dopo la disastrosa gestione di Ventura e la mancata qualificazione al mondiale in Russia, sembrò che avesse trovato la sua dimensione ideale. Niente risse quotidiane con la stampa, niente impegni tre volte alla settimana, tempo di portare avanti progetti in proprio, la passione per il padel. A Mancini, insomma, la vita del commissario tecnico sembrava piacere, sembrava contento, finalmente soddisfatto, dopo una vita passata ad inseguire il prossimo obiettivo, il prossimo trionfo. Gli effetti sull’Italia si videro, la nazionale giocava bene, divertiva e, soprattutto, vinceva. Il record di vittorie consecutive si trasformò, poi, nel trofeo più inatteso di tutti, raccolto quando nessuno sembrava credere che fosse davvero possibile. Quell’11 luglio 2021 a Wembley, quella vittoria ai rigori contro l’Inghilterra, in casa loro, sembrava l’apoteosi di un giocatore che con la maglia dell’Italia era stato incapace di raccogliere quanto avrebbe meritato. Da quel momento, però, si aprì la sfida più difficile: ripetersi dopo aver vinto, un’impresa nella quale nessuno a parte Vittorio Pozzo è ancora riuscito.

Vialli Mancini Wembley

I festeggiamenti incredibili per il trionfo ad Euro 2020 complicarono non poco quella transizione, quel passaggio generazionale che è sempre difficile per ogni commissario tecnico. Forse Mancini si fidò troppo dei suoi pretoriani, quelli che gli avevano regalato la gioia più grande, forse la malattia dell’amico fraterno Vialli ebbe le sue conseguenze. C’è chi dice che sperimentò troppo, che non aveva più un’idea chiara di gioco ma i risultati, che fino a quel momento avevano sempre accompagnato l’Italia del Mancio iniziarono a non arrivare più. I rigori sbagliati contro la Svizzera, la qualificazione diretta svanita nel nulla furono il prologo alla serata più dolorosa, quella passerella annunciata al Barbera che si trasformò in uno psicodramma collettivo e nella seconda, inaudita, mancata qualificazione al mondiale di calcio.

Mancini allenamento Italia ANSA

Le polemiche erano fioccate, come le chiamate per le dimissioni immediate, che però non erano arrivate. Roberto Mancini non ha voluto dare soddisfazione alla critica, a chi si era scagliato contro di lui, aspettando il momento di massima debolezza. Il carattere del campione era venuto fuori, tenendo duro, continuando a credere in un progetto che ha portato un record incredibile, le 37 partite senza sconfitte che potrebbe durare molto a lungo.

Il Mancio se ne va così, senza fornire spiegazioni, senza riuscire a coronare il sogno di una vita, quella Coppa del Mondo solo sfiorata nel mondiale di casa da giocatore, per le troppe liti con gli allenatori e per una buona dose di sfortuna. Questo sicuramente gli peserà ma, almeno a giudicare da quanto fatto in passato, saprà tornare ancora più forte di prima. Non lo farà con l’Italia; ai posteri giudicare se sarà stato un bene o un male.

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