Cinema e storia, Bossi nel mito con un trucco da cinemascope

Ieri a Milano la prima di Barbarossa. Anche "l’amico Silvio" ha applaudito la pellicola già cult leghista: "È un film bellissimo"

Cinema e storia, Bossi nel mito  
con un trucco da cinemascope

Quando Umberto Bossi, qualche minuto prima dell’inizio del film, fa la sua apparizione sul tappeto rosso nel cortile della Rocchetta del Castello Sforzesco, scortato dal manipolo di luogotenenti che formano la sua personalissima Compagnia della Morte, il popolo «istituzionale» della Lega si fa da parte per salutare il suo condottiero. Quando Umberto Bossi, mezz’ora dopo l’inizio del film, fa un’apparizione hitchcockiana, grazie a un ritocco digitale in fase di post-produzione, nel ruolo di un nobile milanese del Millecento, il popolo della Lega del 2009 si alza per acclamare il proprio capitano. Ormai promosso da giureconsulto a Senatùr.

«Or ecco - fa dire Giosue Carducci al suo Alberto di Giussano nelle strofe della Canzone di Legnano - Ecco, io non piango più. Venne il dí nostro, O milanesi, e vincere bisogna». Ecco, quel dì, quel 29 maggio 1176 in cui i comuni della Lega lombarda riuniti intorno al sacro Carroccio sbaragliarono l’esercito imperiale del Barbarossa, è arrivato. Di nuovo. È tornato, otto secoli dopo, in formato cinemiracle: un kolossal in salsa insubre e toni epici da 30 milioni di dollari diretto da Renzo Martinelli. E la Lega irrompe nel salotto buono della cinematografia italiana.

Barbarossa. Un’opera già entrata nell’immaginario collettivo leghista, l’orgoglio storico e culturale della gente padana che da ieri ha il suo Bravehart cisalpino, la sua candidatura separatista agli Oscar in concorrenza al siciliano Baarìa. Il suo poema fondativo a effetti speciali. Il Barbarossa voluto e «prodotto» dalla Lega non è fiction, è storia: «La storia del nostro popolo che ha riconquistato la libertà» urla la voce del Nord. È il passato guerriero della Padania che i manuali scolastici si ostinano a negare, relegando Alberto da Giussano a invenzione folcloristica e che gli ideologi di Bossi celebrano come l’eroe eponimo. Che Wikipedia non neghi ciò che fra’ Galvano scripsit. Come ha chiosato il regista Martinelli: «L’ignoranza del presente nasce dall’incomprensione del passato».

«In Alberto da Giussano rivedo e rivivo quello spirito che muove un popolo a conquistare i propri diritti e la propria libertà, mettendo a rischio la vita stessa», ha scritto ieri Umberto Bossi sulla Padania, tradotto in sei dialetti del nord, dal milanese al friulano. E lo ha ripetuto ieri sera: «Siamo all’alba di un risorgimento giusto. Un risorgimento popolare, non di Cavour. Barbarossa rappresenta il centralismo da combattere. Purtroppo la libertà, una volta conquistata, non è acquisita per sempre».

Al Castello Sforzesco, per l’anteprima di Barbarossa, un parterre de roi con politici (dai ministri Tremonti, Maroni, Calderoli, La Russa e Zaia al governatore lombardo Formigoni, dal sindaco di Milano Moratti al presidente della Provincia Podestà, da Borghezio alla Santanchè), esponenti di imprese e finanza (dal presidente Mediaset Confalonieri al numero uno della Bpm Ponzellini) e star dello spettacolo (la Ventura, Pozzetto, Lory Del Santo). Ospite d’onore Silvio Berlusconi, l’altro Cavaliere, appena arrivato da Roma: «Bellissimo» dice del film. «Anche se bistecche al sangue adesso non ne mangio più...» sorride il Senatùr, viste certe sequenze un po’ cruente. Bossi e il premier, seduti a poca distanza uno dall’altro, stringiamoci a coorte, per suggellare il loro giuramento di fedeltà, il patto di alleanza di governo ribadito dal leader del Carroccio, nell’ultima assise veneziana, quando ha di nuovo agitato la bandiera ideologica della Padania libera, indipendente e sovrana: «Da soli si arriva prima, ma alleati si va più lontano. E se il gruppo è fatto dalla Lega e da Berlusconi, è come essere sulle spalle di due giganti: vedi più lontano».

Gigante, spada sguainata nella destra e scudo nella sinistra, in una posa plastica squisitamente cinematografica che dal 1991 è simbolo ideologico ed elettorale della Lega, Alberto da Giussano - che nel film di Martinelli ha il cipiglio israeliano di Raz Degan - guarda molto lontano. Lontano otto secoli.

E vede quello che ieri sera il popolo leghista ha ammirato, commosso, sul megaschermo nel cortile della Rocchetta, Castello Sforzesco, Milano, 2009: un manipolo di giovani cavalieri guidati da un uomo coraggioso e idealista che contro il Potere difende, fino alla morte, un popolo in cerca di libertà. E identità.

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