
C'era una volta il futuro: un bip veloce, niente più contanti, tutto elettronico. In testa al gruppo c'erano loro, gli impeccabili scandinavi, Svezia e Norvegia, campioni mondiali di «cashless society». Ma la favola digitale oggi incontra la realtà e scopriamo che i Paesi nordici fanno marcia indietro, riscoprendo l'importanza di monete e banconote. Il motivo? Cyberattacchi, blackout e inclusione sociale che non decolla.
Ironia della sorte: mentre per anni qualcuno in Italia ha deriso il contante come simbolo di arretratezza, i tassisti italiani erano già avanti. Da tempo hanno abbracciato i pagamenti digitali, mostrando apertura e lungimiranza: il Radiotaxi 028585, ad esempio, accetta le carte di credito e bancomat fin dal 2011, garantendo ai clienti libertà e flessibilità. Ma allo stesso tempo, l'intera categoria non ha mai demonizzato il contante, sapendo bene che basta un aggiornamento improvviso del POS nel cuore della notte per bloccare ogni transazione elettronica. E il cliente, anziché comprendere, spesso si irrita col tassista: «Siete rimasti nel Medioevo?». Peccato che oggi proprio i Paesi modello, Svezia e Norvegia, abbiano inviato ai cittadini istruzioni ufficiali per tenere sempre in tasca una scorta di contanti, come riserva di sicurezza in caso di crisi o guerra. Una retromarcia imbarazzante per chi ci ha raccontato per anni che la modernità fosse solo digitale. La realtà è che, in situazioni d'emergenza, quando il «bip» smette di funzionare, serve la carta-moneta per evitare il caos totale: servizi pubblici, trasporti, supermercati, tutto fermo. Non è nostalgia, è realismo. Forse si dovrebbe riconoscere ai tassisti italiani quel pizzico di lungimiranza che troppo spesso è stato loro negato. Hanno integrato elettronico e contante ben prima che diventasse evidente a tutti, mostrando un buon senso che oggi il Nord Europa insegue a fatica.
Morale: la modernità non sta nell'eliminare, ma nell'integrare. E forse quei tassisti così spesso criticati, tra una corsa e un'altra, avevano visto più lontano di tanti economisti e guru digitali. Chissà che qualcuno non debba loro, almeno, un piccolo «scusateci».
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