La sfida a Putin, l’avvelenamento, la lotta in carcere: la parabola di Navalny

L'oppositore di Putin ha iniziato a combattere contro lo Stato russo nel 2008, denunciando la corruzione del sistema in un blog. Negli anni seguenti aumenta il suo impegno politico, il che gli causerà molteplici condanne

La sfida a Putin, l’avvelenamento, la lotta in carcere: la parabola di Navalny
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Oppositore politico, attivista, blogger anti-corruzione e nazionalista convinto. La storia di Alexei Navalny, l’avversario di Vladimir Putin morto in una colonia penale a 47 anni, si intreccia con il crollo dell’Unione sovietica, l’ascesa dell’attuale presidente della Federazione e il complicato groviglio di cavilli, farse e persecuzioni giudiziarie portate avanti da Mosca nei confronti di coloro che alzano la testa contro il regime.

Nato nel 1976 da una famiglia ben inserita nel sistema dell’Urss è cresciuto tra varie città militari nella regione di Mosca, visto che il padre era un ufficiale dell’Armata rossa, e ha trascorso le estati in compagnia della nonna materna vicino a Cernobyl. Potrebbe essere stato proprio il disastro alla centrale nucleare del 1986 e il tentativo di copertura da parte delle autorità sovietiche a intaccare la fiducia del giovane Alexei nel regime. Da sempre un fervente nazionalista, il suo impegno contro lo Stato inizia nel 2008, quando apre un blog anti-corruzione che dal 2010 viene gestito dal sito Rospil. L’anno successivo, apre la Fbk (Fondazione contro la corruzione), da cui nascerà poi la rete degli uffici politici. Le autorità lo tollerano fintanto che si limita a denunciare abusi di potere e casi di arricchimento personale, a intrufolarsi nelle assemblee degli azionisti dei grandi gruppi bancari e dell’energia per chiedere più trasparenze, persino quando afferma che il partito “Russia Unita” di Putin è composto da “ladri e truffatori”. Il suo ingresso in politica è però la linea rossa che, una volta superata, lo fa finire nel mirino del Cremlino.

Inizialmente iscritto al partito liberale Yabloko, che lo espelle nel 2007 per aver partecipato a una manifestazione di ultranazionalisti, Navalny partecipa alle proteste del 2011-2012 contro le frodi elettorali, durante le quali sarà fermato molte volte. Viene condannato penalmente per la prima volta nel 2013 a cinque anni di carcere per corruzione in relazione al periodo in cui è stato consulente dell’azienda pubblica Kirov per quanto riguarda al vendita del legname. La pena sarà poi sospesa. Nello stesso anno, si candida a sindaco di Mosca e otterrà i 27% delle preferenze. Nel 2014, viene messo ai domiciliari, sempre per corruzione, questa volta per una consulenza alla filiale russa di Yves Rocher. Tra il 2016 e il 2017 la Corte europea dei diritti dell’uomo, a cui Navalny si è appellato, boccia entrambi i processi come non corretti e anche le autorità giudiziarie russe chiedono il rifacimento del procedimento per il caso Kirov, che si concluderà con una conferma della condanna.

Nel 2020, supera un’altra linea rossa: l’apertura di uffici politici per il suo partito “Russia del futuro” in occasione delle elezioni regionali, durante le quali i candidati da lui sostenuti ottengono un successo insperato. Una mossa, questa, che lo porterà a subire ad agosto un avvelenamento con il gas Novichok. Viene salvato da due medici del pronto soccorso di Omsk, poi morti in circostante misteriose, ma data la gravità delle sue condizioni il Cremlino ne autorizza il trasferimento in Germania. Consapevole di non poter fare politica al di fuori della Russia, Navalny torna in patria all’inizio del 2021 e viene arrestato ancora prima di aver passato il controllo del passaporto. Sarà poi condannato a due anni e mezzo di carcere per aver violato i termini della pena sospesa del caso Yves Rocher, ovvero essersi recato in un altro Paese per curarsi. A quel punto, l’oppositore di Putin alza ancora il livello dello scontro, facendo diffondere una sua video-inchiesta sul palazzo del presidente costruito sulle rive del Mar Nero. In risposta, le autorità russe dichiarano le sue organizzazioni come estremiste e, nel 2022, gli infliggono una nuova condanna a nove anni di reclusione per appropriazione indebita.

Nel 2023 riceve l’ultima pena, quasi due decadi per finanziamento di attività estremiste da scontare prima nella colonia penale Ik-6 di Melekhovo nella regione di Vladimir e, da dicembre in poi, nell’istituto penitenziario numero 3 a regime speciale di Kharp, nel territorio artico della federazione.

Nei suoi ultimi anni di vita ha cominciato a soffrire di seri problemi di salute, dovuti anche alle condizioni in cui era rinchiuso e alle cure insufficienti da parte del personale medico delle varie prigioni.

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