"Noi lavoriamo per costruire...". Quel dolore davanti alle case devastate in Ucraina

L'architetto Caputo davanti ai bombardamenti e alle case ditrutte: "Questo spettacolo ha ricordi lontani legati a guerre del passato". E prospetta un'operazione ciclopica, la "più importante in questo primo quarto di secolo"

"Noi lavoriamo per costruire...". Quel dolore davanti alle case devastate in Ucraina

Morte, orrore, distruzione. In questo caso ci soffermeremo sulla terza parola: l'Ucraina è in ginocchio, non si sa quante migliaia di abitazioni sono ormai scheletri o macerie. La guerra è ancora in corso, non finirà a breve ma si deve cominciare a immaginare un dopo, bisogna cominciare a pensare alla ricostruzione. Nei giorni scorsi l'architetto Paolo Caputo ha parlato proprio di questi temi al Politecnico di Milano, dove è professore ordinario di Progettazione architettonica urbana alla Facoltà "Architettura e Società". L'occasione è nata qualche giorno fa durante una tavola rotonda organizzata da Titiro Digital e da Skyward Experimental Rocketry, un'associazione che riunisce più di 150 studenti di diverse facoltà ingegneristiche con l'obiettivo di progettare e realizzare razzi-sonda sperimentali. E, proprio perché si è parlato di futuro, non si è potuto non pensare a quanto sta accandendo in Ucraina e allo sforzo che servirà per ricostruire le città distrutte dai bombardamenti. Sarà "un'operazione ciclopica", ci racconta l'architetto, la "più importante in questo primo quarto di secolo".

Architetto Caputo, cosa ha provato a vedere migliaia di famiglie senza casa?

"Questo primo tema mi trova sensibile, in questi mesi di guerra ho riflettuto molto: noi lavoriamo per costruire, non per la distruzione delle città e dei palazzi. Li pensiamo per far vivere bene le persone: le immagini che abbiamo visto hanno fatto soffrire tanto e tutti dal punto di vista umano e professionale. Sappiamo la fatica che occorre per comporre il progetto di un edificio, di un quartiere o un pezzo di città: vedere questo spettacolo ha ricordi lontani legati a guerre del passato, mi sono immedesimato a quella che è stata la tragedia dell’ultimo conflitto mondiale ed ho immaginato quanto costerà la ricostruzione di un Paese che è devastato quotidianamente con armi molto più sofisticate del passato".

Come avverranno le operazioni di ricostruzione?

"Quando sarà possibile, le potremo definire ciclopiche. Credo che sarà la più importante operazione di questo primo quarto di secolo. A mio avviso dovrà essere guidata da importanti esperti internazionali, non basteranno le sole forze locali ma occorreranno dei team e delle equipe con esperti in scienze ambientali, urbanisti, economisti, geologi, architetti e quant’altro occorrerà. Sicuramente ci sarà una partecipazione a livello internazionale per la raccolta dei finanziamenti necessari a questa macro-operazione che sarà più risolutiva di quanto possa esserne una gestita a livello locale dai soli ucraini".

Cosa occorre per gestire questa maxi-operazione?

"Come accade in questi casi, bisognerà costituire una struttura di comando commissariale, occorrerà un Figliuolo del caso che in pochi mesi ha risolto una situazione drammatica che riguardava il Covid e si trascinava da quasi un anno. La struttura dovrà essere fortemente gerarchizzata e a livello territoriale per città, regioni, macro-infrastrutture con una cabina di regia di tipo nazionale o internazionale. Prima, però, occorrerà completare le demolizioni per sicurezza e non solo".

Gli scheletri rimasti in piedi possono essere ricostruiti o è meglio distruggere e riedificare?

"Ciò che è ancora in piedi o claudicantemente in piedi va verificato dal punto di vista dell’ingegneria statica-strutturale: salvo il caso eccezionale di edifici monumentali, costerà di meno demolire e ricostruire e sarà più sicuro che non cercare di puntellare o rinforzare le strutture che restano a testimonianza dei bombardamenti. Occorrerà distinguere, tra le macerie, cosa andrà smaltito e cosa no da ciò che va riciclato: molti materiali di costruzione, nell’economia circolare, vengono recuperati per una salvaguardia ambientale e una valorizzazione economica di ciò che abbia chiuso un proprio ciclo di esistenza".

Con quali materiali verranno ricostruiti i palazzi?

"A parte i materiali inerti e i cementi armati che possono essere riciclati e ri-funzionalizzati, anche il legno e i metalli potranno essere rigenerati. Bisogna stare attenti, però, ad un aspetto, quello della bonifica: i resti degli edifici sono stati oggetto di esplosioni a causa di agenti spesso inquinanti. Non bisognerà soltanto smaltire e recuperare ma anche bonificare, prima di cominciare a pensare di ricostruire".

Cosa fare, invece, coi complessi sovietici? Molti di questi sono prefabbricati...

"Sono difficilmente ricomponibili, si tratta di prefabbricati di vecchia generazione e produzione che abbiamo anche in Italia. O sono a tunnel, come si dice in gergo una fattispecie, o attraverso dei 'setti' pesanti che vengono assemblati. Non è una prefabbricazione di carattere puntuale attraverso dei pilastri e delle parti che vanno a tamponare in orizzontale o verticale l’impianto ma sono edifici che nel momento in cui vengono in parte distrutti o colpiti, sono destinati a essere sostituiti integralmente".

L’Italia può avere un ruolo nella ricostruzione di edifici storici come accaduto in passato in altri contesti?

"Ci sarà senz'altro una partecipazione da più parti, anche adesso molte missioni italiane in Iran e in altri Paesi collaborano con esperti locali e di carattere internazionale. Prendiamo il caso di Odessa, città napoletana e fondata dai napoletani nel '700 che ha dei tratti tipici dell’architettura borbonica tra il napoletano e lo spagnolo. Ci sarà un lavoro filologico di ricostruzione dei monumenti a cui possiamo dare un contributo importante. Alla stressa stregua, a Leopoli c’è una città polacca che ha avuto molte influenze da parte dell’Austria, c’è un’altra cultura del costruire oltre ad altri linguaggi architettonici. Ci sarà chi, tra Austria e Germania, ha capacità interpretative e documentali più significative delle nostre. È auspicale, e quasi certamente avverrà, una partecipazione a livello internazionale alla ricostruzione dell’Ucraina".

Cosa va ricostruito per primo?

"In prima istanza bisognerà ricostruire le reti, le infrastrutture, per facilitare il lavoro di ricostruzione: strade, autostrade, ferrovie, stazioni, aeroporti. A mio avviso hanno importanza anche per la logistica della ricostruzione, bisognerà dare precedenza ad alcune operazioni come le reti che riguardano acqua e gas. Bisognerà poi intervenire sulle strutture storico-monumentali e quelle civili delle città. Potrebbe essere messi a punto prefabbricati sia per le abitazioni sia per gli ospedali così come per le scuole dando anche impronta di industrializzazione, velocizzazione e margini di economicità alle operazioni stesse. Potrebbe esserci una prefabbricazione innovativa che sostituisce le case urbane e quelle rurali. Dobbiamo immaginare un grande piano Marshall e allo stesso tempo un grande piano di case sociali per il Paese e un piano verde, come si chiamava nel nostro paese negli anni ’50, che riguardava la ricostruzione delle campagne e delle attrezzature legate alla produzione agricola".

L’Ucraina non è un paese sismico: questo avvantaggia i tempi di ricostruzione?

"Sì, sicuramente si possono evitare tutta una serie di precauzioni rispetto ad un ambiente sismico però, se dal punto di vista tecnologico incide per una percentuale significativa, dal punto di vista complessivo, economico, organizzativo e fattivo incide in maniera relativa".

Potrebbe essere l’occasione per sviluppare progetti di edilizia verde?

"Sicuramente sì, sarà l’occasione per fare una sperimentazione a livello nazionale da cui si potranno trarre bilanci importanti. È un Paese che soffre, magari in futuro sarà al centro dell’attenzione del mondo come luogo di sperimentazione e costruzioni del futuro".

Si proporrà per dare una mano alla ricostruzione Ucraina?

"Abbiamo sempre messo a disposizione le nostre capacità e la nostra sensibilità in tute le occasioni possibili. Queste cose hanno i propri binari, vengono organizzate da gruppi internazionali e dalla Comunità europea.

Noi siamo a disposizione, lo comunicheremo all’Ordine degli architetti e tutte le associazioni a cui partecipiamo. Se ci coinvolgeranno bene, sarà per noi un onore. Se non dovesse essere così, ci saranno altrettante strutture e bravi architetti degni di partecipare a questa importante sfida per tutti noi".

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