Forattini, liberale con la matita

Giorgio è stato l'inventore della satira liberale. Finché sembrava di sinistra e ben omologato, la parola d'ordine era: quanto è bravo Forattini, quanto fa ridere Forattini, è il migliore Forattini. Poi cominciò a dirazzare.

Forattini, liberale con la matita

Giorgio è stato l'inventore della satira liberale. Finché sembrava di sinistra e ben omologato, la parola d'ordine era: quanto è bravo Forattini, quanto fa ridere Forattini, è il migliore Forattini. Poi cominciò a dirazzare. Io lo so bene perché ero con lui a Repubblica, piazza Indipendenza, Roma. Lui lavorava con le sue matite nella stanza dei grafici e Eugenio Scalfari pretendeva benché lui fosse già un monstre della satira internazionale, un autore mondiale, una figura di totale rispetto che Giorgio dividesse il suo tempo con gli impaginatori facendo il lavoro umile di squadra e pennarello sui menabò. Era già caduto in disgrazia.

Ma che fa Forattini? Ma è diventato scemo Forattini? Ma è impazzito Forattini? Diventammo amici in quello spazio ricavato dalle quinte di plastica che dividevano lo stanzone dei grafici dallo studio del direttore che spesso lo chiamava con ululati modulati: «Giorgiioooooo!!!».

Lui andava e gli attriti e le incomprensioni crescevano. Scalfari voleva l'ultima parola sulle vignette da pubblicare e Forattini resisteva e alla fine se ne andò e nessuno lo trattenne. Era diventato ambientamene incompatibile. Giorgio gli portava la sua vignetta, ma la vignetta del compagno Forattini non era più in linea come una volta. Anzi, non lo era mai stata, malgrado le fantasiose coincidenze. Tutti parlavano ormai di lui come di un mostro, peggio: un traditore. Peggio ancora, un venduto. «Chi ti paga?» era sempre stata la domanda d'accusa nei processi politici che ancora si svolgevano malgrado le apparenze. Chissà, forse gli era cresciuta la coda, forse una cresta da lucertolone sulla schiena, non era ben chiaro. Certo è che Forattini non era più lo stesso Forattini che avevano applaudito a Paese Sera, grande quotidiano comunista romano.

Quando Scalfari nel dicembre 1975 cominciò a selezionare insieme ad Andrea Barbato (che poi si tirò indietro e non venne) i giornalisti da portare a Repubblica, Giorgio Forattini fu la star, il fiore all'occhiello. Per lui era stato preparato il menabò di quello che sarebbe diventato di lì a poco il primo tabloid italiano: formato piccolo e misterioso, niente terza pagina culturale e nel centro della prima pagina, lui: la vignetta per eccellenza di Giorgio Forattini.

Ne aveva fatte di magnifiche con una matita educata su tanti modelli, ma forse Walt Disney più di tutti. Ma quella che fece il botto e lo rese magnifico e superiore a tutti, fu la famosa vignetta in cui da una bottiglia di champagne saltava un tappo con la faccia di Amintore Fanfani il quale, essendo molto basso, era chiamato «il tappo», e perché aveva promosso la crociata di un referendum per abrogare il divorzio che era ormai legge dello Stato. E che perse sonoramente. Di qui la grande festa laica e il grande applauso a Forattini che aveva fatto saltare il tappo-Fanfani con la sua vignetta. Champagne, l'Italia laica brinda.

Non si può raccontare con parole o riassumere l'attività satirica e sarcastica di Giorgio Forattini scatenata contro il potere, contro tutti i poteri. Se volete, sta tutto su internet. Ma certamente fu il beniamino della sinistra finché disegnò Bettino Craxi come il Duce, con gli stivaloni lucenti ispirandosi a Pietro Gambadilegno della saga di Topolino. Gambadilegno era l'icona del gangster e dunque andava benissimo, viva Forattini. Poi però cominciò a dare segni fastidiosi di anticomunismo. Scherzava a sinistra e le sue vignette cominciarono a far incazzare gli altri satiri ortodossi di sinistra che si riunirono in mugugno permanente per sputacchiare comunicati e proclami che ripetevano lo schema delle vecchie vignette di Giovannino Guareschi che aveva inventato la serie «Contrordine compagni». In quelle vignette pubblicate sul Candido, uno strillone dell'Unità avvertiva i compagni di un deplorevole errore di stampa: «Contrordine compagni, il suggerimento pubblicato sull'Unità di portare i bambini a fare i bagni di sale conteneva un errore». E si vedevano le mamme comuniste con tre narici che immergevano attoniti pupi dentro barili di sale anziché esporli al sole...

Forattini diventò rapidamente «di destra» per quel pubblico di sinistra e le sue uscite provocavano allergie e borbottii nei corridoi, e poi riunioni nella stanza di Scalfari che, quindi, ammanniva a Giorgio ponderate lezioni sull'uso della satira. Lui diceva che avrebbe pubblicato quel che gli pareva. C'era da dire che imperversavano satiri della matita non sempre divertenti ma politicamente allineati al Pci e suoi succedanei, dopo la Bolognina.

Poi Forattini mollò tutto e passò alla Stampa e alla Fiat. Ciò avvenne anche per motivi umani. Per anni fu legato a Samaritana Rattazzi, figlia di Susanna Agnelli, e in breve ebbe l'incarico più grandioso e fortunato che potesse nutrire col suo genio non solo di vignettista, ma di pubblicitario e fu la campagna per la Punto della Fiat. Senza offesa, la Punto che ha imperato sulle strade e le autostrade non era la più geniale delle macchine, ma aveva un aspetto friendly, amichevolmente italiano per la stessa media borghesia che nell'infanzia era partita per la Cinquecento, la Seicento e poi la popolarissima Millecento. Giorgio ebbe anche la rivoluzionaria idea di inventare parole per la pubblicità, un po' come aveva fatto Gabriele d'Annunzio quando aveva creato la «Rinascente». Inventò l'aggettivo «puntoso» per indicare tutto ciò che è cool, fico, morbido e desiderabile con un proliferare di parole col suffisso «oso».

Per non mostrarsi troppo deferente alla famiglia aveva disegnato l'Avvocato Agnelli vestito da arbitro con scarpini e fischietto, mentre diceva a Moratti dell'Inter di aver comprato Ronaldo con acquisti «risparmiosi», alludendo ai boatos secondo cui la Juve barava sugli arbitraggi. Nessuno si offese. Si offese invece, con fiero cipiglio, Massimo D'Alema quando Forattini lo disegnò uniforme nazi-sovietica nell'atto di «sbianchettare» i nomi del famoso «Dossier Mitrokhin». Giorgio provò un discreto trauma perché D'Alema chiese un miliardo di lire di danni e la sinistra si interrogò sul nuovo tema: è giusto e da bravi compagni rivolgersi ai giudici per decidere quel che è lecito e quel che non lo è nella satira? Poi credo che ci sia stato un accomodamento.

Giorgio Forattini, che veniva da una famiglia molto austera, ebbe un grande successo anche economico alla Fiat e quando tornava da Torino e lo aspettavamo a cena si presentava sempre con una grande scatola di cioccolatini Peyrano. Poi andò in volontario esilio a Parigi dove aveva stabilito la sua residenza, dedicandosi a collezionare ritratti. Un giorno mi fece vedere la sua collezione di magnifici quadri ad olio di ogni epoca e mi disse che se ne infischiava delle nature morte e dei tramonti, aveva curiosità ed occhi solo per la commedia umana e i suoi protagonisti.

Oggi Giorgio - che compie in questi giorni 90 anni - vive molto ritirato con la moglie che ne ha grande e tenera cura. L'ultima volta ci siamo visti in casa d'amici per celebrare il compleanno dello stilista Osvaldo Testa. Festeggiammo onorando la vecchia abitudine in redazione di unirci e dire tutti insieme le più volgari banali parolacce che dicono i ragazzini, come piccola e innocua manifestazione libertaria.

Il suo genio è stato nel frattempo messo nel cono d'ombra che immerge nell'oblio chiunque non

faccia parte della grande corrente certificata e «de sinistra», sicché fa bene ricordare la sua matita geniale e potente, perché ha fatto incazzare tutti, ma proprio tutti e questo è il segno più forte di amore per la libertà.

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