"Vi racconto Biloslavo al fronte. E cosa cerca dalla guerra..."

Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore, la prefazione a Ucraina. Nell'inferno dell'ultima guerra d'Europa (Signs Publishing) di Fausto Biloslavo

"Vi racconto Biloslavo al fronte. E cosa cerca dalla guerra..."

Vi confesso una cosa: Fausto Biloslavo ha paura. Se date un’occhiata alla sua corposa biografia, non sembra ma ha superato i sessanta, e quasi in antitesi al suo cognome che evoca roccia, asperità e sassi del Carso, penserete che sto vaneggiando. Invece no. Fausto ha una fottutissima paura. Non è uno di quelli che si butta a capofitto in una gola con un gruppo di ribelli senza sapere perché, non ha la mistica della bella morte come timbro finale dell’esistenza. Di crepare, ha un maledetto terrore. Sarà perché è davvero un sopravvissuto agli amici finiti al camposanto, ai civili maciullati a pochi metri, ai sovietici che lo volevano eliminare e quasi ce l’avevano fatta e all’Africa dei massacratori, forse perché il tempo ha mitigato certi ardori, difficile dirlo. Però è davvero così, credetemi. Nel suo caso, la paura significa istinto di sopravvivenza, responsabilità, scelte razionali che prendono il sopravvento quando magari una parete del tuo cervello suggerisce la rincorsa veloce a pericoli e scoop; ecco, la paura vuol dire avere come obiettivo principale portare a casa la pellaccia, riabbracciare la famiglia costi quel che costi.

Dunque la prima cosa che voglio dirvi su Biloslavo è questa, e riguarda una delle emozioni primarie degli esseri viventi. La seconda invece parte da una domanda. Cosa porta un uomo fin da giovanissimo a preferire una vita incerta, precaria, in una città bellissima ma periferica come Trieste, piuttosto che una sedia comoda nella redazione di una grande città? Può essere solo un altro fondamentale aspetto della vita affettiva degli umani, cioè la passione. E Fausto, a voler stringere, negli ultimi quarant’anni si è dedicato, ma proprio dedicato con cura, agli esseri più disgraziati del pianeta. Può sembrare un paradosso ma la sua passione non sono gli eserciti, le armi, le divise, di cui pure conosce tutto e nei minimi dettagli, ma le storie degli uomini all’interno dei conflitti planetari: profughi, prigionieri, vittime innocenti, gente abbandonata e tradita. Questi paria dell’umanità li ha raccontati e, qualche volta, silenziosamente pure aiutati. Intendiamoci, non stiamo parlando di un missionario, categoria con cui spesso ha avuto a che fare nei suoi pellegrinaggi; l’autore del libro sa benissimo cosa pretende il mondo cui bene o male appartiene, i giornali, le televisioni, le radio (quando chi scrive faceva un altro mestiere convinsi la direzione di Radio24 a fornirgli un telefono satellitare con cui lo accompagnai in voce e in diretta fino all’ingresso delle truppe americane a Kabul nel lontano 2001) però un giorno mi ha raccontato che avrebbe voluto adottare un bambino ruandese che era l’unico scampato a una strage di centinaia di persone, tutte fatte a pezzi col machete in quella follia collettiva che fu lo scontro fra hutu e tutsi: gli diede cento dollari, un biglietto da visita e lo lasciò dalle suore missionarie. Mi disse: «Me ne sono pentito, chissà che fine ha fatto. Ogni tanto sogno una chiamata: sono quel bambino che hai salvato nel 1994, ti ricordi di me?».

Ecco, Fausto Biloslavo reporter alla fine è sostanzialmente questo, coincide alla perfezione con l’uomo. Pur facendo ormai mestieri diversissimi credo che ci accomuni, oltre a un amore sconfinato per la libertà individuale, anche questa compenetrazione totale tra lavoro e vita, in cui si fa una fatica maledetta a trovare spazio per altro, fossero anche gli affetti più vicini. Che mano a mano, con lo scorrere inesorabile degli anni, hanno cominciato a prevalere. E però è difficile trattenerlo a lungo a casa. Qualche anno fa mi confessò con una certa preoccupazione che la sua professione era finita, che il web aveva ammazzato il gusto del racconto sul posto e nessun direttore avrebbe più spedito un giornalista al fronte perché le guerre non interessavano nessuno, i costi erano alti e il mondo era diventato un enorme tik tok.

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Per partire e raccontare qualche storia si era inventato a ilGiornale.it la colletta dei lettori. Gli sembrava all’inizio quasi il canto del cigno e, in una certa maniera, anche un po' umiliante, però proprio da un viaggio sponsorizzato dal suo pubblico capì che c’era ancora vita per quel ragazzo che nel 1983 partì per Afghanistan e Libano alla ricerca di gloria. All’epoca si telefonava a casa una volta a settimana, quando andava bene, e costava un occhio della testa; in Ucraina oggi tutto vola col Wi-Fi, persino in trincea. Prima di scrivere questa prefazione, Fausto mi ha detto che tra un servizio e l’altro, mentre arrivavano colpi di mortaio e le case venivano giù come cartapesta, era impegnato con decisione, e videochiamate a ripetizione, a risolvere una questione in apparenza futile: il fidanzamento della figlia adolescente e le sue ricadute. Ecco, la voglia di normalità. E il desiderio di sentirsi al sicuro a casa, questo prevale oggi nella testa di Fausto Biloslavo cronista di guerra. Adesso, prima di mettere un elmetto e buttarsi nella mischia ci pensa cento volte di più. Adelante, con juicio, avanti, sì, ma con prudenza, diceva nel racconto manzoniano il Gran Cancelliere di Milano Antonio Ferrer al cocchiere mentre la carrozza passava in mezzo alla folla inferocita per la carestia. E, dunque, avanti verso il fronte dove cascano le bombe, ma qui non ci sono Rambo. Senza la paura non c’è salvezza. (Magari nella prossima vita Biloslavo si metterà a fare lo scopritore di nuovi talenti. Un certo intuito non gli manca. Quasi dieci anni fa mi chiama: «C’è un mio amico che è rimasto senza lavoro, fa lo speaker radiofonico, puoi dargli una mano?». E io: «Che ci faccio? Siamo già troppi».

Insiste: «Guarda che fa delle imitazioni formidabili, guardati su YouTube quella del ministro Tremonti, poi mi dici». L’artista era Andro Merkù, triestino pure lui, con cui abbiamo fatto un pezzo di storia insieme, con scherzi formidabili che hanno fatto arrabbiare molti politici. Colpa di Fausto).

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