La D’Addario teme di sparire E s’inventa il ricatto a rate

Il veleno alla fine, come sempre. E l’ennesima verità dispensata a piccole dosi. Patrizia D’Addario sente che sta per essere dimenticata da chi l’ha usata per colpire Silvio Berlusconi. I fischi durante la manifestazione contro la legge sulle intercettazioni sono stati il segno della logica «usa e getta» che la sinistra usa da tempo con i nemici del Cavaliere. Una volta ottenuto l’obiettivo, lo «sputtanamento», non servi più, Patrizia, è stato il messaggio neanche troppo in codice. E allora, per ritornare a essere preziosa, quale migliore occasione se non rivolgersi al quotidiano controllato dalla «sua» casa editrice Aliberti per tornare sui giornali, a vendere libri, a dispensare pillole di verità finora taciute, e magari conservate in qualche nastro?
Come una novella Spatuzza, la D’Addario lancia l’esca, sperando che la famelica folla assetata di nuovo gossip anti Cav abbocchi: «Quella sera nel lettone di Putin eravamo in quattro. È quasi pronto il mio nuovo libro, e lì dirò tutto», ha sibilato ieri alla santorina Beatrice Borromeo sul Fatto Quotidiano. Quella della verità a rate e dei pentiti a gettone è una tecnica consolidata che ha già riempito di piombo giornali e libri. Il racconto della D’Addario è una trama in cui si mescolano registratori nascosti nel reggiseno, cocaina e mazzette, lesbiche e calze a rete. Manca solo il boss mafioso e un bacio in fronte, sceneggiatura già sentita, e chissà che cos’altro toccherà sentire. Ma la D’Addario ha capito, giocare a fare la misteriosa allontana l’oblio: «Dirò chi c’era quella sera, chi ha preso le buste coi soldi, farò i nomi di uomini importanti, di tutte le ragazze che oggi fanno le santarelline». Che nomi, di chi? «Ragazze molto note che si sono portate a casa 10mila euro a serata, che oggi stanno a palazzo Chigi o lavorano in tv. E che oggi mi insultano chiamandomi puttana». Se lo dice lei.
Il sospetto che sia tutta un’operazione di marketing s’accende quando la D’Addario rivela: «Tutta questa pubblicità è la mia assicurazione sulla vita. Dopo che sono andata a Palazzo Grazioli ho rischiato grosso: due persone mi hanno buttato fuori con la macchina». Sarà vero? Dice di essere stata boicottata dall’alto, di interviste saltate all’ultimo minuto. Chissà. Perché poi, da questa pubblicità quanto ci guadagna? «Niente - dice la escort al Fatto - vado in giro, faccio interviste, sempre gratis. Anche per i servizi fotografici non chiedo un euro... ». No, a lei i soldi non interessano: il suo vero obiettivo è il residence che suo padre avrebbe voluto costruire e che invece è naufragato mortalmente per colpa della burocrazia.
Il Giornale lo ha scritto subito, quella pratica si è sbloccata, finalmente. Merito di qualche manina democratica vicina al sindaco Pd di Bari Michele Emiliano, dicono i maligni, ma probabilmente si tratta solo di una singolare e felice coincidenza. Lei fa spallucce, recita la parte di chi non sa: «Non è arrivata nessuna comunicazione ufficiale, i giornali l’hanno scritto ma io non ne so niente». Poi l’eccitazione per il sogno che sta per realizzarsi prende il sopravvento: «E comunque sarebbe legittimo, ho già tutte le autorizzazioni. Manca solo il vincolo paesaggistico. E adesso che sono famosa sembra molto più improbabile che la mia pratica vada a buon fine».


Ma adesso che il sogno del padre è pronto a essere realizzato, non è che la D’Addario, a furia di lavorare gratis, è finita in bolletta? Il sospetto è fondato: «Avevo dei risparmi con cui siamo sopravvissuti quest’anno, ora dovrò inventarmi qualcosa». Diciamo che si era capito.
felice.manti@ilgiornale.it

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