
"Non c'è nessun vincitore in una guerra commerciale e il protezionismo non porta da nessuna parte". Parola di Guo Jiakun, portavoce del ministero degli Esteri della Cina che ha così replicato al piano di dazi Usa annunciato da Donald Trump. Pechino ha esortato gli Stati Uniti "a correggere immediatamente i propri errori e a risolvere le differenze commerciali con altri Paesi, inclusa la Cina, in modo equo, rispettoso e reciprocamente vantaggioso". La sensazione è che Trump andrà fino in fondo. Scommettendo forte sulle tariffe, certo, ma anche su un possibile accordo internazionale di vasta portata per ridefinire il ruolo dell'America nell'economia globale...
La (possibile) mossa di Trump
Come ha spiegato il South China Morning Post, negli ultimi mesi investitori e politici hanno iniziato a vociferare in merito al fatto che l'amministrazione Trump starebbe lavorando a un accordo internazionale molto particolare. Alcuni sostengono che il team di Trump consideri tale accordo, soprannominato Accordo di Mar-a-Lago, in omaggio all'Accordo del Plaza degli anni '80, come parte integrante dell'impegno messo in campo da Washington per rivitalizzare la produzione manifatturiera americana e ridurre l'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti.
Anche se la Casa Bianca non ha riconosciuto ufficialmente un simile accordo, in un articolo di novembre di Stephen Miran, il neo-nominato presidente del Consiglio dei consulenti economici di Trump, aveva esposto le idee chiave alla base di questa strategia discutendo i possibili modi per implementarla. Ebbene, un piano del genere potrebbe avere implicazioni pesantissime per la Cina, visto che l'economia cinese odierna viene spesso paragonata a quella del Giappone degli anni '80. Molti a Tokyo ancora adesso incolpano il citato Accordo del Plaza per aver innescato il crollo che avrebbe portato ai "decenni perduti" di crescita stagnante del Paese.
Torniamo quindi al consulente economico Miran, secondo il quale la causa dell'elevato deficit commerciale degli Stati Uniti risiederebbe nella persistente sopravvalutazione del dollaro. A suo avviso, il ruolo del biglietto verde come valuta di riserva mondiale avrebbe portato a una domanda anelastica di attività denominate in dollari, gonfiandone il valore. Un dollaro forte avrebbe quindi pesato sul settore manifatturiero americano erodendo la competitività delle esportazioni statunitensi. Ebbene, per risolvere questo dilemma, Miran ha proposto una serie di politiche volte principalmente a indebolire il dollaro statunitense.
Riflettori puntati sul dollaro
Il fulcro del piano di Miran si basa su un approccio politico volto a ottenere un dollaro statunitense più debole attraverso un accordo multilaterale, in altre parole un accordo di Mar-a-Lago, in cui le principali economie del pianeta come Cina, Giappone e Unione Europea accetterebbero di vendere attività in dollari e di scambiare titoli del Tesoro Usa a breve termine con obbligazioni secolari. Questo duplice meccanismo, nelle intenzioni dell'alto funzionario di Trump, indebolirebbe il dollaro aumentandone l'offerta e contenendo al contempo i picchi di rendimento.
Se gli Stati Uniti non riuscissero a raggiungere una cooperazione multilaterale potrebbero adottare misure unilaterali per allontanare i gestori delle riserve dal dollaro, ad esempio imponendo commissioni sulle riserve di titoli del Tesoro esteri. La Cina studia con attenzione ogni movimento.
Certo, per poter funzionare il piano tratteggiato dal super consulente di Trump dovrà essere pianificato attentamente: gli Usa dovranno prima usare la pressione tariffaria per creare una leva negoziale e poi attuare gradualmente gli aggiustamenti valutari. I dazi ci sono. Manca il resto.- dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
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