Rallenta il lavoro Usa. I nuovi occupati meno di metà del previsto

A novembre sono 210mila contro stime di 570mila. Il caso Goldman, dove si lavora troppo

Rallenta il lavoro Usa. I nuovi occupati meno di metà del previsto

Jerome Powell, capo della Federal Reserve, avrà accolto ieri con un'alzata di sopracciglio gli ultimi dati sul mercato del lavoro Usa. Il responso è stato deludente, il peggiore dal dicembre scorso: appena 210mila nuovi posti di lavoro creati il mese scorso, contro attese attorno ai 550mila. Non avendo ancora assorbito questi dati il prevedibile impatto sull'occupazione della variante Omicron del Covid-19, il rischio è quello di un ulteriore rallentamento già a partire da questo mese. Decelerazione che potrebbe complicare i piani della Fed, decisa ad accelerare il ritmo di ritiro degli aiuti da 120 miliardi di dollari mensili e, di conseguenza, ad anticipare il rialzo dei tassi per contrastare un'inflazione ormai sopra il 6%.

A voler guardare il classico bicchiere mezzo pieno, Eccles Building può trarre parziale conforto dalla discesa del tasso di disoccupazione, dal 4,6 al 4,2%, grazie all'aumento della forza lavoro e dal fatto che negli ultimi sei mesi i dati sui nuovi assunti sono sempre stati rivisti al rialzo. Ma la Corporate America sembra mandare segnali di appannamento, vista la fatica ad ingrossare gli organici senza poter più esibire l'alibi dei sussidi federali, ormai a zero, che secondo una vulgata piuttosto comune scoraggiavano la gente a cercare o perfino accettare un lavoro.

Qualcosa sembra essersi inceppato anche nel cuore della finanza a stelle e strisce. E questo qualcosa si sintetizza con un termine anglosassone - burn-out - che in italiano rende forse ancora meglio l'idea: scoppiato. Per troppo lavoro. Il club degli esausti cronici è un guaio per Wall Street: è gente che non rende quanto dovrebbe e che ti può perfino piantare in asso senza preavviso. Goldman Sachs se ne è resa conto dopo aver letto gli agghiaccianti risultati di un sondaggio interno. Confessioni senza reticenze, da lettino dello psicologo. Tipo questa: «Ciò che non va per me sono le 110-120 ore di lavoro settimanali! Ho appena quattro ore al giorno per mangiare, dormire, fare la doccia, andare in bagno e spostarmi. Questo è disumano». E anche quest'altra: «Essere disoccupato è meno spaventoso per me di quello che potrebbe capitare al mio corpo se mantengo questo stile di vita».

Insomma, i ritmi di lavoro imposti da una delle regine del merchant banking Usa fanno apparire il reparto di inscatolamento di Amazon quasi come una spensierata bocciofila. Del resto, la filosofia di Goldman è ben sintetizzata da uno dei suoi ad, Chris O'Dea: «Se hai dai 21 ai 35 anni, sei matto a non essere sempre in ufficio». Da qui discende la pretesa di piantarla con lo smart-working e l'invito a occupare i desk anche durante il Labour Day. Di rendere più flessibili gli orari di lavoro, manco l'ombra.

Così, mentre altre società (da Evercore a Bank of America, da Guggenheim da Jefferies) stanno cercando di fidelizzare i collaboratori alzando i salari, Goldman ha pensato di far leva sugli incentivi: congedi retribuiti per la morte di un parente stretto o per un aborto spontaneo, un anno sabbatico (di sei settimane) non pagato per i dipendenti di più lungo corso, più un aumento del 2% dei contributi pensionistici. Lì vengono chiamati benefit; altrove, Italia compresa, sono tutele garantite dai contratti di lavoro.

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