La scrittura le si presentava nella forma della grazia. E la grazia è sacrificio e devozione. E rabbia e amore. O sarebbe meglio dire: il miracolo confinava con un destino. La letteratura vi precipita dentro. Dunque era questo Flannery O'Connor (nella foto)? Era prima di tutto Mary Flan, la bambina dagli occhi blu scuro, lo sguardo irlandese del padre Ed, la riga sulla fronte, dove dimorava quasi in anticipo, con la violenza della profezia, l'intemperanza che traduce un sussulto, il cardiopalmo dell'innocenza, l'augure gettato sulle anime belle, le sue adorate creature pennute. Lei era già devozione e la devozione scopriamo nel linguaggio della scrittrice americana non ebbe modo di accomodarsi in una qualche cuna di reciprocità o consolazione nelle cose del mondo, ed in fondo Mary Flan lo capisce molto bene che tra le cose del mondo e il cielo c'è lo Spirito, o pressappoco. Ed era meglio prediligere lo Spirito.
La devozione è un combattimento, dice Mary Flan. Così entriamo nel romanzo di Romana Petri, appena pubblicato da Mondadori, La ragazza di Savannah (pagg. 276, euro 19,50), e sprofondiamo nella vita di Mary Flan, Flannery quando durante i corsi di scrittura a Yowa City aveva inteso fosse lì il sentiero da seguire; Flannery, nome spesso usato al maschile. Era lei. La sua identità risentita, in debito con la femminilità o la vezzosità che non la comprese e perciò la mise al riparo dalle insidie che sarebbero procedute infauste, un vento al contrario, propizio per gli altri, per la normalità, per una certa vita che da Flannery fuggiva tragicamente. Romana Petri restituisce una vita straordinaria, se vogliamo. Gli indizi di eternità che la costellano. In seno a un auspicio non favorevole. Mary Flan era l'emblema dell'alterità, l'estraneità che sopraeleva giudizi celesti e irrevocabili. Il talento era una specie di sbarra che le attraversava a perpendicolo la fronte. La narrazione discende, nel romanzo della Petri, il cardine di ogni avvenimento, di capitolo in capitolo, è sempre una privazione per Flannery o Mary Flan. La Petri sembra non voler interferire, non ispessisce il personaggio letterario che è piuttosto l'intonazione secondo cui o da cui scoscendono rapidamente ragioni esistenziali incomprensibili o che attengono a un atto di fede, in un tale agone il romanzo trova la sua delicatissima profondità.
Ecco, il romanzo (la biografia romanzata) ci ricorda continuamente una connessione sovrumana, ci riconduce al punto, ci consola, nel momento in cui leggiamo il nome dei nomi: Cristo. E allora le pagine si dispiegano simili alla librazione di un'aquila maestosa.
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