"L'Adda è la mia interzona fra passato e presente"

La scrittrice parla del suo "Nel rumore del fiume" e dei legami con Burroughs. Che ha tradotto...

"L'Adda è la mia interzona fra passato e presente"

Nel rumore del fiume di Franca Cavagnoli è ambientato in un'epoca che non c'è più, nella campagna cremonese della prima metà del Novecento. Il fiume è l'Adda e la protagonista è una bambina, Beatrice, che ha perso la mamma a dieci anni e, nel dolore che quasi la ammutolisce, vede mostri, volti che si sgretolano, morti... Nel rumore del fiume (pagg. 250, euro 17) è il primo titolo della nuova collana Interzona di Polidoro editore, che sarà presentata questa sera a Milano alla Libreria Verso (ore 19) da Franca Cavagnoli, Orazio Labbate e Adriano Corbi. Oltre a essere scrittrice, Franca Cavagnoli è traduttrice: sue le versioni in italiano di grandi autori della letteratura anglosassone, da Orwell a Fitzgerald, da Burroughs a Mansfield, da Twain a Coetzee. Per coincidenza, proprio in questi stessi giorni, nella collana Microgrammi di Adelphi, con cui Cavagnoli collabora da anni e per cui cura, fra l'altro, l'edizione italiana dell'epistolario di Beckett, viene pubblicata la sua - meravigliosa - versione di Biografia di un vestito di Jamaica Kincaid.

Franca Cavagnoli, c'è anche una consonanza di temi: come Kincaid, lei parla di una figlia e una madre.

«Jamaica Kincaid è una delle mie autrici preferite e credo che questa sia una delle ragioni per cui mi sono sentita subito legata a lei, da quando la lessi per la prima volta... Mia mamma è stata uno dei miei grandi punti di riferimento, fino alla sua morte: il rapporto più stretto, nella mia famiglia d'origine».

Dov'è questa origine?

«Sono nata a Cremona, però i miei genitori vivevano in questo paesino sull'Adda, che ho ricreato nel romanzo: si chiamava Crotta ed era sull'ansa del fiume. A quattro anni poi ci siamo trasferiti a Milano e sono cresciuta qui».

Il romanzo come nasce?

«Nasce dalla prova, da quello che chiamo il travaglio del lutto. Quando mia mamma è morta, ed ero già una donna adulta, ho pensato molto a lei, che aveva perso la sua a dieci anni, e mi sono chiesta: come ha fatto? Dal pensiero di quello che poteva avere sofferto lei, bambina, e di come ne sia uscita, è sorta l'idea di immaginare la sua infanzia, a partire da quando perde la mamma».

Perché ha scelto lo sguardo di una bambina?

«Quello che mi interessa è la capacità dei bambini di uscire dalle situazioni critiche spesso da soli. Un potente alleato è l'immaginazione. Da una situazione in cui vede cose che non ci sono, come quando nel buio immagina teste prese dalla mitologia, Beatrice arriva a trasfigurare la realtà. E questa è la sua salvezza: è questa sua capacità visionaria ad aiutarla, a poco a poco, a uscire dal dolore».

Lo sguardo è di una bambina, ma la lingua è metaforica e poetica: dove nasce?

«C'è già negli altri miei romanzi ed è una lingua che viene dalle mie molte letture e, anche, da ciò che ho imparato dalle autrici e dagli autori che ho tradotto: per esempio Kincaid, Toni Morrison e Mansfield prestano molta attenzione non solo a ciò che raccontano ma a come lo raccontano; così, quando cerco come dire, in italiano, quello che loro hanno detto in inglese, anche il mio italiano si affina».

La traduzione influenza la sua scrittura?

«La traduzione è un'altra forma di scrittura. La storia è di un'altra persona, ma l'italiano è mio. La differenza, fra traduzione e scrittura di un romanzo, è nella concezione della storia, nella fase creativa, che è tutta dell'autore, o dell'autrice; ma, quando porto tutto questo in italiano, lì ha a che vedere con la scrittura in italiano».

Uno degli autori che ha tradotto è Burroughs, ed è da una sua raccolta che prende il nome la collana Interzona. C'è un legame?

«Burroughs definisce l'interzona come il luogo dove il passato sconosciuto e il futuro che ora emerge si uniscono, in un vibrante, silenzioso ronzio. Ci sono due cose: una zona liminare, di confine, e la sua lingua, molto immaginifica».

E per lei?

«Un dire le cose non urlate, ma sottovoce. Al centro del mio romanzo c'è il perturbante, ciò che turba Beatrice e lei pensa debba essere seppellito dentro di sé e che, invece, chiede di uscire; un po' come fa Burroughs, quando descrive il trauma della droga che deve uscire, e descrive un universo molto perturbante».

Come è stato tradurre Pasto nudo di Burroughs?

«Una vera sfida per me ma, credo, una delle traduzioni che riconosco più mie. E quello che, già allora, mi catturò era proprio questo fattore perturbante, insieme al linguaggio così immaginifico. È stato un lavoro certosino per via della sperimentazione che lui fa sul linguaggio e, anche, doloroso: il protagonista ha delle fobie e, siccome ciascuno di noi ne ha, leggerne sollecita il nostro rimosso».

L'autore con cui ha sentito più affinità?

«Credo Katherine Mansfield, con la sua grande sensibilità per l'infanzia e l'universo femminile. Ma anche Kincaid e Toni Morrison. E, fin da piccola, adoravo Le avventure di Huckleberry Finn e mi angosciavo per Jim, lo schiavo nero che scappa per paura di essere separato dalla sua famiglia...».

Quale traduzione le ha dato più soddisfazione?

«Pasto nudo di Burroughs, perché sembrava una sfida inaudita.

E Jazz di Toni Morrison, perché serviva attenzione non solo al senso ma, anche, al corpo sonoro del testo. Sono fiera delle traduzioni che ho fatto perché, facendole, ho imparato molto, su di me e sulla mia lingua, l'italiano».

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